Roma, 16 ott – Il green pass è il tema caldo di quest’anno. Un provvedimento fin troppo sopravvalutato e osannato da chi, di partite Iva, economia e – sopratutto – pari dignità, non sembra capirne molto. Il “green pass” è tutto ciò: uno strumento che, più che salvaguardare la salute pubblica, divide la popolazione tra pro e contro. Facendoci cosi perdere la cognizione di ciò che ci sta intorno, e sopra.



Il green pass prova politica, non scientifica

Si parla degli effetti del vaccino, se funziona o meno, seconda, terza dose. Pensiamo al fatto che ad ogni inoculazione deve coesistere un certificato e relativo green pass, che diventa – di fatto – la prova, politica ma non scientifica, che “siamo sani”. Il problema sollevato da più parti è proprio il fatto che un pezzo di carta con un QR code non controlla gli anticorpi di una persona. Ma che cos’è, di fatto, un green pass? Null altro che un codice personale che indica se un cittadino ha effettuato la vaccinazione contro il Covid, è risultato di recente negativo ad un tampone o è guarito dal virus.

La domanda interessante è: vi sentireste più al sicuro in una stanza chiusa, e senza mascherine, con persone che hanno fatto il tampone due giorni prima o che sono tutte vaccinate e basta? Ecco spiegata l’inutilità della certificazione verde: dobbiamo ricordare che resta solamente un’attestazione – registrata su un sito ministeriale – che si ha “avuto rapporti” con il virus, o una prova antivirale. Ma un ragazzo in salute, con lo 0,18% di possibilità che abbia complicazioni in caso di contagio, il più delle volte asintomatico, da cosa differisce con una persona che ha fatto un tampone giorni prima (perciò nel frangente di tempo successivo è come se non lo avesse fatto) o che si è vaccinata?

Dai viaggi al lavoro il passo è (stato) breve

Visitando il sito ufficiale del Ministero della Salute, la prima volta che si può leggere la parola “green pass” è nel comunicato n. 19 del 26 aprile 2021, che recita: “Tra i temi affrontati, inoltre, anche il Green pass che permetterà alle persone di tornare a viaggiare in sicurezza”. Difatti, come poi ribadirà il 4 maggio Mario Draghi, “Grazie al pass i turisti saranno in grado di passare da un Paese all’altro senza quarantena, a patto che potranno dimostrare di essere guariti dal Covid, di essere vaccinati o di essere negativi ad un tampone. Queste sono le condizioni che normalmente si richiedono nel green pass”. Peccato che dieci giorni dopo circa, il pass sarà richiesto per passare da regione in regione. Il resto lo sappiamo.

Si parte dai viaggi, si passa dagli spostamenti, si arriva alla possibilità di entrare nei locali. In una stazione di servizio in autostrada, i possessori della certificazione verde possono consumare un pasto seduti, mentre coloro che ne sono sprovvisti sono separati da un nastro, e devono mangiare in piedi. Interessante notare che la distanza tra i tavoli riservati ai “vip greenpassati” e ai “comuni” è la stessa tra un tavolo e l’altro. Ma mangiare in piedi protegge dagli “untori complottasti”, a quanto pare.

Si arriva poi al punto dolente, il tasto che mai dovrebbe essere toccato, soprattutto in Italia: il lavoro. Chi non sarà entrato nelle grazie del ministero della Salute (d’altronde se non si riceve il codice, anche volendo il green pass non si potrà avere), dovrà rinunciare a un diritto. Forse il diritto per eccellenza. Ora anche Confindustria entra nel penoso teatrino, ritenendo possibile chiedere i danni ai dipendenti sprovvisti del pass, dichiarando: “Ogni comportamento che dovesse recare danno all’impresa, incidendo negativamente sulla possibilità di far fronte ai propri obblighi contrattuali, legittima la reazione aziendale sul piano della richiesta del risarcimento danni”, si legge nella nota.

Ma di fatto, che danni? È specificato che, qualora un dipendente non sia provvisto della certificazione verde, sarà esentato dal lavoro e non riceverà lo stipendio. Perciò, di fatto, un’azienda non ci perde, dal momento che non deve nemmeno retribuire un lavoratore assente. Si badi bene: assente “ingiustificato”, come se non si sia “giustificati” nel seguire un diritto fornito dal governo stesso (ricordiamo che il vaccino non è – ancora – obbligatorio) o, dopo quasi due anni di incertezza e difficoltà, non avere la possibilità di buttare una buona parte dello stipendio in tamponi.

Chi paga?

Perchè è giusto che, se per lavorare è necessario possedere il tagliandino della libertà, i tamponi siano almeno pagati a chi si avvale del proprio diritto di non ricevere la vaccinazione. É altrettanto giusto che non siano le suddette imprese a dover far fronte a questa spesa, perché ricordiamo che, a seguito di mesi e mesi di inoperosità ingiustificata, esse sono vittime al pari dei lavoratori subordinati.

Scordiamoci tuttavia che possa essere lo Stato a fornire i tamponi: logicamente, se per spingere alla vaccinazione sta limitando le libertà, come può agevolare un metodo che mura questo suo scopo? Al massimo l’impresa in questione dovrà far fronte ad un buco nella produzione, che sarà presto sanato da un’altra persona. Certo, il decreto prevede che in nessun caso l’assenza del green pass provochi il licenziamento, ma meglio non affidarsi troppo alle promesse. D’altronde, c’è già la fila di chi è pronto a far sfoggio del proprio quadratino nero elettronico.

Il green pass non è una “cupola di vetro”

Perchè, come se non fosse abbastanza, si è creato un divario (a volte anche turbolento) tra i ferventi sostenitori del volantino verde della salute e chi lo osteggia. Il più delle volte si sente dire che è “è giusto che chi non si vaccina e prende il covid si paghi le cure”. Forse si dimentica che paghiamo le tasse per qualcosa, altrimenti tanto vale rendere la sanità privata. Oppure che il green pass è uno strumento atto a far ripartire. Peccato che in questo momento stia solo rallentando il Paese, altrimenti non saremmo l’unica nazione al mondo ad usarlo in maniera così compulsiva.

É quando la politica si mischia con la scienza, quando quest’ultima viene usata per legittimare disperatamente delle decisioni pubbliche, è allora che scatta il problema. Facciamo un esempio: se si è appassionati di astronomia, molto difficilmente si crederà all’oroscopo. Così il green pass: un tampone negativo afferma che in quel momento non c’è il virus nel nostro organismo, ma non è una “cupola di vetro”, che respinge il Covid per 48 o 72 ore. Lo stesso vaccino non garantisce l’immunità dal contagio, ma limita la possibilità di complicazioni gravi. Magari tutto ciò finirà prima del previsto. Come si dice: la speranza è l’ultima a morire (e Speranza a dimettersi).

Alberto Emilio Pasini

La tua mail per essere sempre aggiornato

4 Commenti

  1. Protestate facendovi pagare anche lo stipendio da chi vi ricatta, e senza necessità di #GreenPass 😀
    http://massimosconvolto.wordpress.com/2021/10/14/riscatto/

    Se ne stanno già accorgendo
    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2021/10/15/green-pass-certificati-malattia-23-su-venerdi-scorso_38092970-7905-4515-9f55-9166eec0685d.html

    Il pass per tenere in piedi le multinazionali farmaceutiche si rivelerà un padulo per i bracci armati degli #EuroParassiti made in #CIA
    https://pclinux.eu/downloads/EU_was_a_CIA_project_as_US_journalists_explains.mp4

  2. Cit. Il green pass non è una “cupola di vetro”

    E’ una cupola “mafiosa” (ex art. 21 Costituzione) per evitare la figura di m… fatta nel 2009
    https://video.repubblica.it/dossier/febbre-suina/virus-a-quei-23-milioni-di-vaccini-inutili/41322/41325

    e continuare a tenere in piedi multinazionali fallite sommerse da cause per effetti collaterali di altri precedenti vaccini e dall’avanzata dei farmaci generici per i principi attivi di cui il brevetto è scaduto.

Commenta