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Roma, 11 ago — Anche gli steward sul piede di guerra per quanto riguarda il controllo del Green pass, che da venerdì scorso è obbligatorio presentare negli stadi e agli eventi legati allo spettacolo. Il personale, già impegnato nella verifica dei biglietti, si vede così oberare di un’altra incombenza: accertare che gli spettatori siano in possesso del certificato vaccinale.



Gli steward si ribellano

«La circolare del Viminale genera errate interpretazioni. Stiamo suggerendo e continueremo a suggerire ai delegati della gestione degli eventi, durante i Comitati per l’ordine pubblico, di usare persone diverse, quindi non steward, per il controllo del Green pass», spiega all’Ansa Ferruccio Taroni, presidente dell’Associazione nazionale delegati alla sicurezza, che rappresenta la categoria degli steward. «Noi interverremo solo nei casi in cui sarà necessario esibire il documento di identità. Gli steward sono già pochi per controllare i biglietti. Le società dovranno avvalersi di volontari, come uomini delle forze dell’ordine in pensione”.

Secondo la circolare diffusa ieri dal Viminale, «con riferimento agli spettacoli aperti al pubblico e agli eventi sportivi», si ritengono abilitati alle verifiche del Green pass, «anche i cosiddetti steward, ossia il personale iscritto negli appositi elenchi tenuti dai questori» e «di tale personale a cui potrà farsi ricorso per eventi e manifestazioni di genere diverso dalle competizioni calcistiche (…) potranno innanzitutto avvalersi le società sportive che risultino proprietarie dell’impianto». Queste ultime potranno «demandare le verifiche in questione ai propri delegati, nel cui novero vanno senz’altro ricomprese, benché non espressamente menzionati nella disposizione in commento, anche gli steward».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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