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Lampedusa, 7 ago – Lungo il percorso che porta al buco nella recinzione dell’hotspot di Lampedusa, utilizzato dagli ospiti per andarsene a zonzo in paese e sostanzialmente tollerato dalle autorità locali, si incontrano numerosi immigrati clandestini. Non è facile intervistarli, ma alcuni decidono di raccontare la propria storia e di parlare delle vergognose condizioni igienico sanitarie di struttura ormai al collasso.

L’immigrato tunisino: “Ho dato agli scafisti 2500 euro”

Uno di questi è il tunisino Rami, che stava andando dall’hotspot in paese con altri quattro connazionali per fare un po’ di spesa. Il suo obiettivo è tornare in Norvegia per riabbracciare la compagna e la figlia. Essendo stato espulso dal Paese scandinavo a causa della scadenza del permesso di soggiorno e non potendo quindi emigrare legalmente, Rami ha scelto di imbarcarsi su un barchino e di pagare la tratta ai trafficanti. “Ho dato agli scafisti 2.500 euro, lo so che è illegale, ma tanto il vostro governo fa solo chiacchiere”, ci ha risposto quando abbiamo chiesto del viaggio che lo ha condotto a Lampedusa. Il tunisino non è la prima volta che sbarca clandestinamente in Italia, ma è stato rimpatriato quando al Viminale sedeva Matteo Salvini. Rami ha altresì dichiarato che sarà la sua compagna a facilitare il suo ritorno in Norvegia e questa volta è sicuro che ce la farà.

Foto – Il tunisino Rami intervistato nei pressi dell’hotspot di Lampedusa

Il libico pro Lgbt

Incontriamo poi il libico ventunenne Karim, il quale ha preferito non farsi riprendere, mentre sta andando nel centro di Lampedusa per cercare qualcosa di buono, come un dolcetto. “Il cibo dell’hotspot fa schifo e non tollero stare in fila con i tunisini” afferma il giovane che assomiglia più ad un turista che ad un profugo. Dalla Libia è partito con un discreto gruzzolo di denaro, navigando gratuitamente “a bordo di un barcone di un mio amico”. In Italia, Karim vorrebbe continuare a studiare, possibilmente a Torino, e “diventare un attivista Lgbt”, perché gli omosessuali libici non hanno nessun tipo di diritti. Il ragazzo ci tiene a farci sapere che in Libia si stava laureando in giurisprudenza, affermando: “Mi aspetto che il governo italiano mi dia una casa”.

Foto – Il ventunenne libico Karim

Il tunisino Karin: “Costretti a defecare all’aperto”

Proseguendo, tra spazzatura e bisogni corporali sparsi ovunque, assaliti da un odore nauseabondo, incrociamo il tunisino Karin anche lui diretto in paese per fare scorta di generi alimentari. In un italiano quasi perfetto, dice di aver pagato agli scafisti 5.000 dinari tunisini (circa 1.500 euro) e di voler raggiungere la fidanzata in Francia. Karin ci riferisce che in Tunisia si stava meglio prima dello scoppio della Primavere Araba e della connessa presa del potere dei Fratelli Musulmani nel 2011. “Prima rubava solo uno, ora rubano tutti” chiarisce determinato. Il suo racconto prosegue con le difficoltà della vita in hotspot, dove si vive in 1.000 persone nonostante la capienza sia solo di 97. Persino espletare i bisogni è un problema. Gli immigrati sono costretti “a fare la cacca” fuori dalla recinzione, portandosi una bottiglia.

E queste sono le stesse problematiche riportate da un gruppo di tunisini, in giro per l’isola, al deputato Sami Ben Abdelaali, ovvero mancanza di servizi igienici, di acqua per lavarsi, di posti letto e di cibo.

Una domanda a questo punto sorge spontanea: il “nuovo umanitarismo” proclamato da Giuseppe Conte, durante il discorso seguito alla nomina del governo giallofucsia, si sostanzia nel fare i bisogni corporali dove capita?

Francesca Totolo

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1 commento

  1. Chi entra sul territorio nazionale in maniera deliberata ed illegale, deve essere edpulso immediatamente. Oppure detenuto per il tempo strettamente necessario all’espulsione.

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