Milano, 30 mar – Si profilerebbe all’orizzonte un clamoroso sconto di pena per Adam Kabobo, l’immigrato di origine ghanese che l’11 maggio 2013 massacrò a picconate, ammazzandole, Alessandro Carolè, Ermanno Masini e Daniele Carella. I fatti ebbero luogo nel quartiere Niguarda a Milano, dove lo straniero ferì gravemente altre due persone con una spranga di ferro. Durante l’interrogatorio Kabobo giustificò il suo operato sostenendo di avere sentito «le voci» che gli avevano ordinato di «prendere quella sbarra e di usarla per colpire qualcuno».



Ventotto anni per Kabobo

Il 31 marzo del 2016 la Corte di Cassazione confermò la condanna a 20 anni di reclusione per il ghanese. Pena a cui si aggiunsero gli otto anni per i due tentati omicidi. I legali dell’africano ne avevano chiesto l’assoluzione piena con il riconoscimento dell’infermità mentale. A Kabobo venne invece riconosciuta la semi-infermità mentale: i giudici ritennero che la sua capacità di intendere fosse «grandemente scemata» durante le aggressioni, sebbene «non totalmente assente».

Un possibile sconto di pena?

«Stiamo parlando di circa 6 anni e mezzo di carcere per ciascun omicidio commesso», denuncia amareggiato a IlGiornale.it Andrea Masini, figlio del pensionato 64enne ucciso da Kabobo. «Il problema è che, tra ulteriori sconti e premi di cui potrebbe beneficiare, rischia di farsi non più di 16 anni di carcere. Anzi, il mio avvocato ha fatto un calcolo a spanne di circa 11/12 anni. È assurdo pensare che una persona possa scontare così poco per 3 omicidi e 4 tentati omicidi. In un altro Paese avrebbe avuto l’ergastolo. Se fosse stato un cittadino italiano, forse sarebbe finita in un altro modo».

Sempre Il Giornale ci fa sapere che lo scorso 4 dicembre la Cassazione ha chiesto un ricalcolo della pena – al ribasso: «Non abbiamo ancora notizie sugli sviluppi della vicenda. Adesso ci sarà il procedimento perché la Cassazione ha rimandato gli atti qui a Milano. La questione si risolverà entro l’anno», spiega a ilGiornale.it l’avvocato Francesca Colasuonno, una dei legali di Kabobo.

Sentiva le voci

«Mi si domanda perché ho preso il piccone e colpito con quello le vittime che Lei (riferendosi al giudice) mi ha indicato e rispondo: non lo so, io sento delle voci nella mia testa», aveva sostenuto Kabobo nel corso dell’interrogatorio di convalida. «Ho iniziato a sentirle quando ero in Libia, prima di venire in Italia, ma allora non capivo bene cosa mi dicevano. Sento le voci quando fumo l’hashish. Due giorni fa non ho fumato hashish prima dei fatti. Sento nella mia testa voci che mi dicono cose cattive. Mi ricordo di avere ucciso un uomo, anzi di averne colpiti diversi e quando mi hanno preso mi hanno detto che li avevo uccisi. Quando mi sono svegliato, sentivo ‘le cose’ in testa allora ho preso dapprima il palo di ferro e quindi il piccone. Sono state le voci a dirmi di prendere la sbarra e di usarla per colpire qualcuno».

Violento e antisociale

Le perizie psichiatriche attesteranno che Kabobo è affetto da schizofrenia paranoide, «condizione che avrebbe inciso – ma non determinato – sulla sua condotta» di quella tragica domenica dell’11 maggio 2013. Il 31 marzo del 2016 la Corte di Cassazione sancirà in via definitiva la pena di 20 anni, ritenendo che al momento dei fatti la sua capacità d’intendere «fosse grandemente scemata ma non totalmente assente», mentre «la capacità di volere era sufficientemente conservata». 

«Per fortuna gli è stata riconosciuto solo un vizio parziale di mente – spiega Andrea Masini –. La perizia psichiatrica dice chiaramente che Kabobo non è una persona con squilibri mentali tali da giustificare la ferocia con cui ha colpito. Il perito psichiatrico ha fatto un lavoro certosino riuscendo a dimostrare che la condotta antisociale e violenta di Kabobo non ha nulla a che fare con il suo vissuto».

Cristina Gauri

 

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