inchiesta stadio della RomaRoma, 23 feb – Stadio sì, stadio no, stadio forse: sembra che il problema principale della giunta Raggi oramai sia diventato la questione stadio della Roma, con la base grillina da una parte che preme contro la costruzione dell’impianto, la società Roma dall’altra che forse per la prima volta dell’era americana ha indovinato dal punto di vista dell’efficacia una battaglia mediatica di opinione con #famostostadio utilizzato dai suoi esponenti più di spicco, l’opposizione piddina e in parte anche del centrodestra che fa la voce grossa contro l’indecisione della giunta, senza dimenticare poi la spaccatura interna dopo l’affaire Berdini, ex assessore all’urbanistica della giunta pentastellata e in prima linea contro il progetto di Parnasi. Poi ovviamente c’è anche la cittadinanza romana, che però più che per essere divisa su temi come la speculazione edilizia, la cementificazione, la necessità di infrastrutture, il potenziamento dei trasporti e la corretta gestione di appalti e progetti sembra divisa solo dal tifo, utilizzando le questioni davvero importanti solo come scuse ma in maniera piuttosto confusa, tanto che molti tifosi romanisti arrivano ad esaltare l’utilità di un ecomostro di cemento che va ben oltre lo stadio mentre dall’altra i contro-tifosi arrivano a difendere persone come l’ex assessore Berdini come baluardo contro la speculazione senza neanche conoscere il suo ruolo in quella che è a tutti gli effetti una guerra senza esclusione di colpi tra interessi di costruttori in cui l’unica posta in gioco è una speculazione miliardaria.



Ma cominciamo dall’inizio. Nel giugno 2013 la società Eurnova che fa capo al costruttore Luca Parnasi acquista il terreno di Tor di Valle dove un tempo sorgeva lo storico ippodromo, fallito da pochissimo. Proprio quel terreno era stato già identificato dalla società guidata da James Pallotta, proprio in accordo con Luca Parnasi, per essere il luogo dove sarebbe sorto il nuovo stadio della Roma. Il 26 marzo 2014 con grande giubilo, presente l’allora sindaco Ignazio Marino, viene presentato il progetto con plastico dell’impianto sportivo. Nel progetto risultano presenti solo gli edifici relativi all’impianto sportivo: nessuna area urbanizzata, nessun nuovo quartiere, nessun grattacielo. Lo stesso Marino afferma: “La costruzione avverrà in una zona già urbanificata: speriamo che la Roma possa giocare nel nuovo stadio già nella stagione 2016-2017”. Poi, nei 90 giorni di valutazione del progetto, dal comune arrivano le prime richieste vincolanti per affermare la pubblica utilità: il potenziamento del trasporto pubblico su ferro, con frequenza di 16 treni l’ora nelle fasce di punta e un nuovo ponte pedonale verso la stazione FL1 di Magliana; l’adeguamento di via Ostiense/via del Mare fino allo svincolo con il Grande Raccordo Anulare; il collegamento con l’autostrada Roma Fiumicino attraverso un nuovo ponte sul Tevere; infine l’intervento di mitigazione del rischio idraulico e di messa in sicurezza dell’area. Il tutto ovviamente a carico del privato per un costo totale di 200 milioni. Fin qui non ci sarebbe stato nulla di strano, anzi sarebbe stato da lodare il fatto che la giunta comunale abbia sancito il principio secondo il quale l’interesse del privato deve essere vincolato all’interesse pubblico e che in caso è proprio il privato a doverlo garantire nei propri progetti.

Peccato che la giunta Marino non si sia fermata qui. Perché “in cambio” della spesa di 200 milioni per le opere pubbliche viene garantito a Luca Parnasi un aumento non indifferente della cubatura del progetto, che arriverà fino a un milione di metri cubi: di fatto una città dentro la città e una cementificazione di ragguardevole impatto. E così arriviamo al giugno del 2015 con il nuovo plastico con il nuovo progetto in cui compaiono per la prima volta i famosi grattacieli e di cui l’impianto sportivo oramai rappresenta una minima parte percentuale, mentre tutto il resto diventa una nuova urbanizzazione a favore di Parnasi. Il tutto potrebbe sembrare un assist gratuito al costruttore, e il dubbio aumenta andando ad analizzare alcuni fatti di poco precedenti la questione che fanno sospettare dei rapporti dietro le quinte proprio tra Pd e Parnasi. Innanzitutto c’è da notare come un progetto di tali dimensioni, che vedrebbe anche il finanziamento da parte di grossissime multinazionali come Goldman Sachs e Rotschild in un terreno appena acquistato da Parnasi sarebbe stato proprio una manna dal cielo per il costruttore dopo che Parsitalia, la società principale del suo gruppo, era arrivata ad avere un’esposizione per circa 600 milioni di euro, di cui la maggior parte – circa 450 milioni – verso Unicredit, guarda caso storico creditore della As Roma e sua proprietaria pro tempore prima degli americani, ma il resto, udite udite, proprio verso la Mps che tanti grattacapi ha dato ai vertici del PD.

Ma ci sono stati anche altri fatti che hanno destato più di un sospetto. Il più eclatante riguarda la cosiddetta Torre dell’Eur, il grattacielo che avrebbe dovuto ospitare la sede della Provincia: nel 2005 l’allora presidente della Provincia Gasbarra (Pd) manifesta l’intenzione di spostare la sede del governo provinciale da Palazzo Valentini in una nuova sede all’Eur che sarebbe stata costruita di lì a poco proprio da Parnasi. Parliamo proprio di una delle Torri. L’opzione per l’acquisto della nuova sede viene poi esercitata nel 2010 con Nicola Zingaretti, successore di Gasbarra – e futuro presidente della Regione proprio durante l’era Marino e durante l’iter iniziale del progetto stadio – che acquista da Parnasi il palazzo per ben 263 milioni di euro. Il tutto però quando la Provincia era già destinata a sparire in favore della Città Metropolitana. A questo vanno ad aggiungersi voci di finanziamenti a molti dei futuri consiglieri comunali piddini – e anche del centro destra a dire il vero – durante la campagna elettorale del 2013.

Insomma tutto farebbe pensare al solito connubio tra politica e signori del cemento che per anni ha tenuto prigioniera Roma, tra storie di speculazioni edilizie e favori reciproci. E se da una parte è stata concessa nell’intera area di Tor di Valle una cementificazione mai vista da un milione di metri di cubatura che fa ovviamente pensare a una speculazione edilizia, dall’altra la scelta dell’eventuale area olimpica nei terreni di Tor Vergata, secondo la vulgata di proprietà di Caltagirone – anche se lui nega e minaccia querele – che avrebbe portato al completamento della Vela e al completamento progetto metro C da parte della Vianini Spa, azienda proprio di Caltagirone, ha dato a tutti l’idea di una lottizzazione e spartizione gestita dall’alto con i soliti “palazzinari” a capo del tavolo delle trattative. Proprio per questo in molti hanno visto nel “terremoto” generato dalla nuova amministrazione Raggi e nella battaglia intrapresa dall’assessore Berdini una ventata nuova pronta finalmente a interrompere questa logica.
Peccato che, come vedremo nella seconda parte dell’inchiesta, non è stato affatto così ma anzi l’amministrazione pentastellata, proprio durante l’operato dell’assessore Berdini, ha in realtà esasperato il connubio tra politica e cemento dando voce solo a una delle lobbies in lotta per la speculazione su Roma.

Luigi Di Stefano e Carlomanno Adinolfi

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