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Roma, 12 gen – L’interruzione della didattica in presenza provocata dai lockdown sta arrecando danni incalcolabili all’istruzione e alla capacità di apprendimento degli studenti, danni che si riverbereranno in maniera tragica sul loro futuro, sociale e lavorativo. E di conseguenza, sul futuri del nostro Paese.



A lanciare l’allarme la professoressa Anna Maria Ajello, presidente dell’Invalsi, che ha analizzato i risultati dei primi studi internazionali sulle competenze degli alunni costretti a casa dalle misure di restrizione contro il Sars-CoV-2.

L’esperimento pilota in Olanda

Il primo campanello d’allarme arriva dall’Olanda, dove la chiusura della scuola è durata appena otto settimane e il cui sistema scolastico all’avanguardia – una situazione distante anni luce da quella italiana, quindi – ha consentito agli alunni di ordine e grado di disporre di ottimi strumenti di apprendimento nonostante il lockdown. Prima e dopo il lockdown gli alunni hanno svolto dei test massivi. «Confrontando i risultati con quelli di test analoghi condotti in anni precedenti», ne è emerso che «il periodo della didattica a distanza corrispondeva a una vera e propria mancanza: in altri termini, durante quel periodo, gli studenti avevano imparato poco o nulla; e, come era lecito aspettarsi, le carenze maggiori si sono registrate in studenti dal background familiare più svantaggiato».

Il lockdown blocca l’apprendimento della matematica

Stesso discorso per la Francia, dove  gli studenti francesi avevano accumulato lacune principalmente nelle materie tecnico-scientifiche. «Altri studi condotti negli Usa hanno confermato il trend, evidenziando come le perdite di apprendimento maggiore riguardino la matematica rispetto alla comprensione della lettura», continua Aiello.  Questo perché in genere i genitori sono meno «attrezzati» su questa disciplina, avendo competenze in media più scarse.

Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, si unisce alle preoccupazioni della Aiello: «Gli studi americani rivelano un gap formativo stimato in un range dal 35 al 50% in matematica e nella propria lingua rispetto agli studenti degli anni prima allo stesso punto del programma», spiega, «In Olanda in otto settimane di lockdown si è perso circa il 20% del progresso previsto per l’anno scolastico. Se in Italia le cose fossero andate come in Olanda – e non è ragionevole pensare che siano andate meglio – la perdita di apprendimenti avuta in 14 settimane di chiusura da marzo sarebbe probabilmente superiore al 30%». A cui si aggiunge «quella degli ultimi mesi, in questo caso soprattutto alle superiori». La situazione è quindi tragica.

Il lockdown ha peggiorato i gap di apprendimento (che già prima erano consistenti)

Anche perché il lockdown non ha fatto altro che aggiungere ulteriori lacune ai gap di apprendimento degli studenti, che non partono affatto bene, già da quando l’istruzione avveniva in presenza. Prima della pandemia era emerso infatti che solo il 77% degli alunni italiani aveva competenze in lettura «tali da affrontare e risolvere problemi pratici». A questo si aggiungono i divari cronici tra Nord e Sud, tra aree economiche depresse e quelle in cui le famiglie godono di maggior benessere economico.

L’allarme delle imprese

Nel frattempo, Confindustria guarda incredula il disinteresse di governo e istituzioni verso il problema: «L’ampio ricorso alla Dad, oltre che sull’apprendimento, avrà effetti negativi sui comportamenti e l’emotività dei nostri giovani che stanno perdendo in relazioni e socialità – sottolinea al Sole24Ore Gianni Brugnoli, vice presidente di Confindustria per il capitale umano –. Un danno enorme anche per noi imprenditori visto che nel mondo del lavoro di oggi competenze trasversali e lavoro in team sono aspetti fondamentali». Già con una natalità ai minimi termini, «se viene meno anche l’apporto di giovani preparati e attivi, il nostro Paese rischia una perdita di competitività nei prossimi anni». Azzolina e compagnia bella sono avvisati.

Cristina Gauri



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5 Commenti

  1. Dalle classi differenziali, in via del tutto eccezionale, siamo passati alle scuole differenziali ordinarie. Proprio quello che volevano.

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