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Bergamo, 30 giu – “Dio mi ha mandato quelli di colore ed assieme a quelli di colore sono arrivati i soldi”. In questa frase – emersa dalle intercettazioni telefoniche pubblicate stamattina da La Verità in un articolo a firma di Francesco Borgonovo – si può condensare il pensiero di padre Zanotti, il don bergamasco arrestato il 17 giugno scorso nell’ambito dell’inchiesta sulla truffa delle coop d’accoglienza orobiche. 

“Sono un imprenditore, sono nato così non lo so, sono frate, ma mi hanno detto tutti tu sei un grande imprenditore”, si vantava con la sua collaboratrice Anna Maria Preceruti, una delle 38 persone finite nel mirino della procura nell’indagine coordinata dal pm Fabrizio Gaverini; le accuse vanno dall’associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni dello Stato attraverso l’acquisizione di erogazioni pubbliche non spettanti, allo sfruttamento del lavoro nero fino ad arrivare al riciclaggio.

In questo contesto si inserisce Zanotti, il don dalle due facce: pio e dedito alla causa dell’accoglienza da un lato, e imprenditore spregiudicato dall’altro. Su di lui gravava già un’accusa, nel 2018, di ricatti sessuali ai danni di un ospite della struttura. A fare l’imprenditore era bravo davvero: peccato solo che i proventi di questa maestria non venivano messi a disposizione dei “fratelli migranti”, ma finivano nelle sue tasche. Senza però mancare di tirare in ballo la propria fede a giustificazione del suo – davvero poco limpido – operato: “Dio non si dimenticherà mai perché me l’ha promesso la Madonna – ripeteva alla Preceruti – non ti prometto di essere né povero né ricco, ma tutto quello di cui tu avrai bisogno io te lo darò”. Quello di cui aveva bisogno Zanotti, per lo più, arrivava dalla prefettura di Bergamo (5 milioni di euro), da quella di Como (600mila euro), Lodi (500mila euro) e seppur in minima parte, anche da Milano.

Una valanga di soldi – erogata soprattutto nelle fasi di forti flussi migratori – quando cioè gli enti facevano ricorso ai servizi della sua cooperativa, la Rinascita, per gestire i richiedenti asilo. Una valanga di fondi che il don era bravissimo a far fruttare: principalmente evitando di spenderli e risparmiando su tutto, anche sui pasti degli ospiti – anche dei minorenni: “Altro che 200 euro di verdura, di frutta alla settimana – tuonava Zanotti in un’intercettazione – in nessun albergo al mondo si spende così!”. Due soci della coop parlavano così del sacerdote: “Lui dice che è il padre padrone, vuole sapere tutto anche quante mele mangiano i bambini a Campisico – si legge nelle carte – ma ti rendi conto figa… io non posso andare a dire a un bambino se deve mangiare la mela o no?!”.

Ma se su frutta e verdura vigeva l’austerity, su altre voci e altri nominativi Zanotti non badava a spese: “Lui butta via i milioni – questo ancora il commento dei suoi collaboratori – Ma sai che il cantante Congiu che non fa un cazzo, non fa niente sai che non fa assolutamente nulla e gli dà 3.000 euro netti al mese? Ha un costo per la cooperativa di quasi 100.000 euro annui solo lui… cioè che senso ha una cosa del genere?”. Stesso discorso per l’autista del don: “Che senso ha che il suo autista prenda 1.000 – si legge – che il suo autista che non lavora cioè dice che fa l’autista ma lavorerà tre ore a settimana. Il rumeno Aurash figa… Ionescu Aureil… figa questo qua che lo ricatta in continuazione non so perché lo ricatta… non so ancora perché lo ricatta, se uno è ricattabile qualcosa avrà fatto… eh… prende 1.500 gli hanno dato l’aumento e prende 1.500 euro al mese senza fare niente... non fa niente, niente!”

Non solo: il denaro per l’accoglienza degli immigrati veniva utilizzato da Zanotti “per mantenere in vita le attività commerciali e produttive create all’interno della cooperativa – è la conclusione degli inquirenti – al solo fine di generare fondi neri dai quali poter attingere denaro per scopi personali”. Emblematica la scoperta di un’attività di compravendita di mobili pregiati, predisposta in un capannone a Barbata. “Tutti i soldi provento dell’accoglienza dei migranti sono utilizzati dal prete per mantenere in vita tutte le attività commerciali inserite nella cooperativa tra cui quella presso il capannone di Barbata”.

Cristina Gauri

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