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Milano, 30 ott –  Ha il compito di insegnare l’italiano alla sua classe, e invece si ritrova a imparare l’arabo per comunicare con i suoi studenti. Succede a Milano, nell’istituto comprensivo Giacosa, conosciuto da tutti come Scuola Trotter. Si chiama Antonella Meiani ed è maestra in una classe multietnica. E racconta così la sua esperienza a Repubblica: “Nella mia classe, la Quinta E, ci sono sette bambini egiziani, due appena arrivati: con questi facciamo ancora un po’ fatica a capirci, tanto che due bambini, che parlano benissimo sia l’italiano che l’arabo, mi fanno da interpreti“, spiega l’insegnante.

E un bel giorno le hanno consegnato il “vocabolario arabo per la maestra Antonella”, intimandole – Repubblica dice scherzosamente – di “imparare l’arabo” e “studiare”. Fogli di quaderno a righe “riempiti prima di parole ‘gentili’ – ciao, come stai, grazie, va bene – e poi di parole e frasi altrettanto necessarie, come colora, studia, aspetta, hai finito? Tutte le parole sono scritte in arabo e in italiano e, a fianco di ognuna, c’è anche la pronuncia”.  Quindi, anziché esigere che i suoi giovanissimi alunni si sforzino a imparare la lingua del Paese che li ospita, è lei a doversi adeguare, e pure incalzata in modo divertito dagli altri. Il tutto sotto gli occhi degli altri bambini italiani, che si trovano a dover seguire le lezioni in due lingue e soprattutto imparano la bella lezioncina di sottomissione all’allogeno. Ma lei è soddisfattissima di questa situazione: “Ora sto cercando di imparare a pronunciare correttamente le prime parole, e quando dico mashi, che vuol dire va bene, gli occhi dei miei nuovi bambini si illuminano”, dice Antonella. “Un’idea da brevettare”, sostiene la maestra Antonella. Se lo dice lei.

Cristina Gauri

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2 Commenti

  1. Ad una stronza simile parlerei in Meneghino …..
    prima lezione :

    va a dà via el cù lògia !
    met su el chador , inscìi i quater maruchitt hin cùntent , ghe par de ves a cà soa ,
    (mi i manderessi tucch a càa ! in africa ! mezz negher de m….)

    che schifo (che schivi)

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