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Roma, 17 mag — «Sembrava una bella storia italiana. I primi risultati erano incoraggianti»: e invece il progetto ReiThera, il vaccino italiano contro il Covid, affonda miseramente dopo lo stop della Corte dei Conti che non ha concesso il visto al decreto di finanziamento dell’azienda italiana di Castel Romano.



ReiThera, progetto arenato 

In sostanza, gli 81 milioni di fondi pubblici di casa Invitalia stanziati per completare la terza fase di sperimentazione sono stati bloccati. Lo ha reso noto la stessa Corte in un una nota, esponendo tutti i passi del confronto con il ministero dello Sviluppo, per «sostenere la produzione del vaccino ReiThera presso lo stabilimento produttivo di Castel Romano». Nel decreto era prevista una trance di 50 milioni su un totale di 80 milioni previsti dal decreto Rilancio.

Ma magistrati contabili della Corte «ritenendo che le risposte fornite dall’Amministrazione non fossero idonee a superare le osservazioni formulate nel rilievo, hanno deferito la questione all’esame del Collegio della Sezione centrale controllo di legittimità». Il decreto è stato ricusato, determinando il blocco della registrazione dell’atto.

Volontari disorientati

Serpeggia ora il panico tra i mille volontari che si erano sottoposti alla seconda fase della sperimentazione ReiThera. Anche perché comincia a diffondersi la voce che lo stop della magistratura contabile sia da ascriversi a motivi di sicurezza vaccinale e non a cause burocratiche. Per non parlare della frustrazione, palpabilissima, dei ricercatori impegnati negli studi di valutazione di ReiThera — 25 gruppi sparsi per tutta la Penisola, 26 con lo Spallanzani che per motivi ancora da chiarire si è sfilato dalla seconda fase pur restando «principal investigator».

La grande delusione dei ricercatori ReiThera

«Ennesima occasione mancata per la scienza italiana. Non lo meritiamo. Abbiamo bisogno di essere valorizzati, invece sembra di capire che altre logiche prevalgano». Così interviene Andrea Gori, direttore delle malattie infettive al Policlinico di Milano, e capo di uno dei 25 gruppi lasciati a piedi. «Per noi è stato un fulmine a ciel sereno. Dobbiamo interrompere lo studio senza un perché, dopo tutto lo sforzo e l’entusiasmo per essere stati coinvolti in un progetto di prestigio per l’Italia».

Gli fa eco l’infettivologa Gloria Taliani, a capo della sperimentazione ad Avellino. «La piattaforma su cui è basato questo preparato è caduta in discredito. Sembra però ci sia la volontà di favorire lo Sputnik, costruito dai russi con la stessa tecnologia. La differenza è che non si è rivelato sicuro, mentre il nostro è ben tollerato». Stesso sentimento espresso da Giuliano Rizzardini, direttore malattie infettive del Sacco. «È frustrante sospendere un lavoro in cui credevi. I pazienti si sentono traditi, convinti di aver ricevuto un vaccino fasullo».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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