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giappone padreTokyo, 22 lug – C’è chi sostiene che la famiglia sia un concetto passatista da superare, c’è chi difende un’idea bigotta e oscurantista di una non ben definita “famiglia tradizionale”. E poi ci sono i popoli, quelli veri, a cui la modernità globalizzata non ha mai tolto lo spirito ancestrale ma anzi ha ceduto il passo a una sintesi che è riuscita ad armonizzare il progresso con la tradizione. Parafrasando il regista John Boorman, “questi popoli ancora conservano ciò che noi abbiamo dimenticato”. Il popolo del Giappone Imperiale, come più volte fatto notare in molti articoli di questo quotidiano, è proprio uno di questi. Chiunque conosca il mondo giapponese non potrebbe mai immaginarsi uno scontro tra chi lotta affinché i bambini siano un “diritto” e una sorta di animale domestico e tra chi concepisce la famiglia come una sorta di enclave da proteggere contro il peccato e dedita solo alla procreazione e alle lodi del Signore. Ma anche sull’educazione dei figli sarebbe difficile immaginare un giapponese alle prese con i consigli degli psicologi occidentali che oscillano pericolosamente tra un finto libertarismo che tende a sradicare ogni principio e un bieco trinariciutismo repressivo che vuole definire in maniera assoluta quali pensieri, sentimenti, opinioni siano corretti e quali no.

Nel paese che fu dei samurai, dello zen e delle arti marziali, il concetto di educazione non è mai cambiato: insegnare a vivere, far in modo che il bambino trovi in sé il modo migliore per essere Uomo, indipendente e autonomo, capace di affrontare ogni avversità e situazione e poi in grado di trasmettere quanto appreso alle generazioni future.
Proprio in Giappone e proprio riguardo l’educazione dei figli, in questi giorni sta circolando un tweet molto popolare. Non riguarda le consegne di un samurai a suo figlio, né gli ultimi insegnamenti di un maestro al discepolo: la scena narrata, quella di un padre e di sua figlia, è una scena quotidiana, quasi banale. A molti soprattutto in occidente strapperà un sorriso commosso, molti esclameranno stupidamente “che carini!”, pensando alla tenera scenetta familiare domestica. Ma il senso profondo trasmesso dal padre alla figlia, quello di far conoscere il pericolo invece di vietarlo, di trovare e raggiungere il proprio limite in modo da affrontarlo e averlo bene a mente per il futuro come paradigma per ogni azione, anche se riferito a una situazione banalissima rivela tutto il senso di un popolo che non ha mai perso la propria anima guerriera. Qui di seguito una traduzione del tweet:

riekoUn giorno mio padre mi disse: “Reiko, andiamo a bere insieme qualche volta! Ti porto dove vuoi e tu ordina pure tutto quello che desideri”
Così siamo usciti, solo io e mio padre. Arrivati in città, lui disse: “Bene! Bevi quanto vuoi, Reiko. Bevi finché non ce la fai più. Non preoccuparti, ti riporto io a casa, quindi sentiti libera”
Prima fermata: un ristorante di carni alla brace. La cameriera pensava che fossi la nuova ragazza di papà, e lui fu felice di far finta che fosse così.
Seconda fermata: un nightclub. Lì ho bevuto un po’ di più, e la gente lì si è subito resa conto che la storia della fidanzata era uno scherzo, ma papà ne fu solo felice. Scherzando, disse che era ovvio che l’avessero capito, dato che i miei occhi sono così simili ai suoi.
Terza fermata: un sushi bar. Lo chef era molto gentile ma anche un po’ invidioso di mio padre. Disse che per un genitore, uscire col proprio figlio come lui stava facendo, è un sogno che si realizza. Mio padre era emozionato e intanto mi spronava a mangiare e bere, essendo così raro per noi uscire insieme.
Quarta fermata: un pub. Non ricordo molto da lì in poi. Non ricordo cosa ho bevuto né di cosa abbiamo parlato…
Quinta fermata: un bar. Non ricordo più nulla. Credo di essere semplicemente svenuta sul bancone.
Usciti, papà ha chiamato un taxi e mi ha riportato a casa. A quel punto, ricordo di aver ripreso conoscenza:
“Oh, scusami papà. Credo di essermi ubriacata.”
“Va tutto bene. Hai solo bisogno di dormire.”
La mattina dopo quando mi sono svegliata, stavo malissimo. Non solo per i postumi della sbornia, ma anche per l’imbarazzo di aver bevuto così tanto di fronte a mio padre. Non volevo affrontarlo dopo quella nottata.
Ma sono andata comunque in salotto, e papà era già uscito. Mamma mi diede un messaggio che aveva scritto sul retro di un volantino. Questo era quello che c’era scritto:

Per Reiko.
Ieri notte è stato divertente, dovremmo rifarlo qualche volta.
A proposito, Reiko, lo sai quanto hai bevuto per ridurti in quello stato? Hai preso due birre e cinque bicchieri di shochu. Questo è il tuo ‘limite’. Quindi d’ora in poi, quando esci a bere con gli amici, ricordati di fermarti prima di raggiungere quel limite.
Purtroppo nel mondo ci sono persone cattive, e alcune di esse potrebbero volersi approfittare di te. Non ci sarò sempre per proteggerti, per questo abbiamo passato questa serata insieme, così che tu potessi conoscere il tuo limite e difenderti. So che puoi farcela.
Ti voglio bene, Papà.” 
E ho fatto colazione in lacrime. Invece di proibirmi di fare qualcosa che sapeva avrei comunque fatto, papà ha deciso di mostrarmi come prendermi cura di me stessa.
Oggi, anni dopo, mio padre non è più così ‘mitico’. È un uomo anziano. L’uomo che mi portò in giro per la città a bere è scomparso. Ora invece passa il tempo nel suo giardino, a crescere verdure per me e i suoi nipotini.
Sono ciò che sono oggi grazie a te, papà. E non potrò mai ringraziarti abbastanza.

Carlomanno Adinolfi

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