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Bergamo, 20 mar – “Questa parte del pronto soccorso si chiama Obi, osservazione breve intensiva e da quindici giorni è costantemente occupata solo da pazienti Covid”. Le immagini scorrono su di un paziente privo di sensi, intubato, a torso nudo. “Questo è il secondo che abbiamo intubato giovane questa mattina, ne abbiamo altri tre in Obi. Lo trasferiamo a San donato perché qui non c’è più posto”. Siamo a Treviglio, provincia di Bergamo, uno degli ospedali-avamposto della lotta contro l’epidemia di coronavirus che sta straziando la provincia. Un servizio di Alessio Lasta, trasmesso ieri sera a Piazza Pulita su La7, ha raccontato cosa accade lì, ogni giorno.



I posti letto sono finiti, così come gli slot di terapia intensiva; manca l’ossigeno, i ventilatori polmonari tanto attesi non stanno arrivando. Nel frattempo, i decessi aumentano in maniera esponenziale – troppe volte i pazienti che lamentano sintomi riconducibili al Covid vengono mandati a casa, dove troveranno la morte. Le bare si accatastano nelle chiese e per trasportare i corpi a cremare in altre città viene mobilitato l’esercito.

Black Brain

Video diario dalla trincea 

“Mi sembra di vivere un viaggio senza ritorno. Nella notte si è presentato un uomo di 47 anni in grave insufficienza respiratoria al quale ho dovuto proporre intubazione e ventilazione. Mi ha detto: mio suocero è già morto e adesso tocca a me. Faccia il possibile, dottore. Ora la partita è nelle sue mani”. E’ il video diario di un medico rianimatore, allo stremo delle proprie forze, fisiche e psicologiche, con la voce incrinata dalla commozione ma sempre controllato e fermo nell’esporre i fatti, senza cadere nel piagnisteo. “Una promessa da parte mia. Un impegno. Un patto con il paziente che non sapevo come difendere nel tempo. E poi la sola comunicazione con i parenti al telefono, non consona per noi rianimatori. Molto arida e stringata. Che si conclude sempre con la solita frase: auguri, ci risentiamo domani.”

Sanità al capolinea

Diverse testimonianze, che raccontano tutte la medesima storia: “Continuano ad arrivare ambulanza, a ritmo incessante. Dal momento in cui indossiamo la mascherina fp2 non possiamo più bere ne mangiare perché non abbiamo ricambi. I presìdi di protezione sono contati”.

L’incubo di curare gli amici

Nel video-diario il rianimatore racconta del momento, terribile, in cui il paziente chiede di sapere la verità: “Riesco ad andare oltre la scienza, ed essere sempre pronto per quella domanda che non vorresti mai sentirti fare: dottore quanto mi rimane? Rotto il silenzio rimaniamo io e il paziente. Il momento più vero. Il più solenne“. Lo strazio raggiunge l’apice quando al pronto soccorso entrano amici e parenti. Perché ormai, nei piccoli comuni della bergamasca, la realtà è questa: un intubato o un morto per ogni famiglia. “Ormai ciò che non volevo accade. Devo curare conoscenti e amici, pazienti del mio piccolo paese che mi hanno visto crescere, con cui ho scherzato e giocato nella mia infanzia. Stamattina ho lasciato un messaggio sul tavolo della cucina a mio figlio e a mia moglie. vi voglio bene, pensatemi”.

I morti aumenteranno

Si lavora a ritmi estenuanti, ma le risorse sono finite. E non arrivano supporti esterni. “Cosa sta facendo il resto d’Italia per noi? – si chiede uno dei dottori – I posti messi a disposizione da Regione e protezione civile non bastano. Da oggi entriamo in una terra incognita. Cioè aumenteranno i morti. Siamo sempre pieni di bare. C’è successo che purtroppo in alcuni casi alcune famiglie non hanno voluto ritirare il proprio caro defunto per paura di essere infettati”.

(Video postato sul sito La7.it)

Cristina Gauri

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