Roma, 18 apr – Nell’epoca della «cultura del piagnisteo», come la chiama Robert Hughes, il ruolo della vittima promette ricchi dividendi. E il meccanismo, una volta messo in moto, diventa inarrestabile. Tra i tanti, il caso di Patrick Zaki è eloquente. Il giovane studente egiziano, scarcerato lo scorso 8 dicembre, è un tifoso del Bologna, la squadra della città in cui ha frequentato l’università. L’altro ieri, la compagine felsinea ha fatto visita alla Juventus, con la vittoria sfumata all’ultimo secondo in mezzo a tante polemiche. Frustrato per il pareggio di Dusan Vlahovic, Zaki ha commentato sui social: «Due cartellini rossi, stanno ancora pagando».

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Zaki contro la Juventus

Il riferimento, ovviamente, è a Calciopoli, che periodicamente viene rinfacciata ai bianconeri. In altri termini, secondo Zaki l’arbitraggio sarebbe stato sfavorevole al «suo» Bologna perché il direttore di gara avrebbe ricevuto denaro dalla Juve. Ora, la doppia espulsione comminata a Soumaoro e Medel è sembrata più che giustificata. Ma non è questo il punto: il tifo è passione, e le iperboli e gli sfottò sono all’ordine del giorno. Quindi, è più che normale che Zaki si sia sfogato con un commento sopra le righe. Però, allora, il discorso dovrebbe valere anche per l’altra parte.

È il tifo, bellezza

E invece no. Dato che molti tifosi juventini non l’hanno presa bene e glielo hanno fatto notare, ecco che la notizia diventa: «Zaki vittima di discorsi d’odio». Anzi, è stato egli stesso, dall’alto del suo status di vittima perpetua, a denunciare tutto questo: «Se non posso dire la mia sul calcio, come potrò farlo sul resto?». Una lacrima strappastorie, avrebbe detto Maccio Capatonda. Sì, lo sappiamo, qualche tifoso bianconero aveva fatto inopportuno riferimento alla sua reclusione: «Arbitri pagati? Chissà quanto sei costato alla Farnesina, serviranno più rate che per Locatelli», ha per esempio ironizzato un utente. Ma questo, appunto, fa parte del gioco. Se non si è pronti a sostenere gli sfottò tra tifosi infuriati, allora meglio starsene zitti. Magari evitando di equiparare una presa in giro a un attentato alla libertà di espressione.  

Gabriele Costa

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