Roma, 3 nov — Se lavori per Amazon, prega di non ammalarti: è il triste paradigma a cui il colosso ha spesso abituato i propri dipendenti nel corso degli ultimi anni. E’ il caso, ad esempio, di Gino C., driver in appalto Amazon presso la filiale di Pomezia (Roma), che si è visto licenziare dall’azienda Unicotras Srl di Bari, fornitrice dei servizi di consegna per conto di Amazon, dopo essersi sottoposto a una cura per il cancro. 

Gino C., licenziato da Amazon perché ammalato di cancro

Secondo quanto riportato dal sito Casilina News l’incresciosa vicenda ha avuto inizio nell’ottobre 2020, mese in cui al dipendente viene diagnosticato un tumore maligno. Dopo aver subito due ricoveri tra novembre 2020 e gennaio 2021, il signor Gino si sottopone a due cicli di chemioterapia. Terminato il lungo periodo di cure, che lo vede assente dal lavoro per impossibilità fisica, il driver rientra regolarmente in servizio il 13 settembre 2021, tornando a svolgere le medesime mansioni del periodo antecedente la propria malattia. Tutto sembra andare per il meglio fino al 22 settembre, quando Unicotras Srl gli comunica il licenziamento a causa del «superamento del periodo di comporto». Tutto questo in aperta violazione del Ccnl applicato (Autotrasporto Merci e Logistica), secondo il quale non sono previsti cumuli dei giorni di malattia in caso di ricoveri per patologie oncologiche.

Al signor Gino non rimane altro da fare che impugnare il licenziamento: l’azione intrapresa gli vale sì il reintegro da Amazon, ma in aspettativa non retribuita. Non solo: il 25 ottobre Gino venga sottoposto a visita medica presso il medico aziendale, il quale certifica la sua inidoneità alla mansione. Questo nonostante il driver avesse regolarmente ripreso l’attività lavorativa nel mese di settembre.

L’Usb promette battaglia 

«Attualmente Gino, padre di famiglia, dopo essere stato reintegrato, è posto in aspettativa non retribuita; quindi non lavora e non percepisce stipendio». E’ la denuncia del sindacato Usb a cui il signor Gino si è rivolto per tentare di risolvere la vertenza. «La sua colpa è quella di non essere, a giudizio di Amazon e Unicotras, abile allo sfruttamento, di essere un lavoratore a rischio per la produttività ed il profitto, quindi tanto meglio farlo fuori ed assumere altri drivers alle prime armi, da poter sfruttare mediante contratti a termine per un paio d’anni e sostituirli poi con altri ancora, salvo che nel frattempo non si ammalino».

L’Unione Sindacale promette battaglia e si «adopererà affinché Gino ottenga giustizia e affinché a pagare il conto di tanta vigliaccheria siano un  giorno i padroni, tanto Amazon, quanto le aziende che, attraverso il sistema perverso di appalti e subappalti, si arricchiscono sfruttando e svilendo la dignità di chi ha la sventura di capitare in uno dei magazzini di Jeff Bezos».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

2 Commenti

  1. […] In presenza di una revoca da parte dell’Ispettorato del lavoro della sanzione comminata alla giovane dipendente ci sfugge come Amazon possa giustificarsi. Al di là delle spiegazioni fornite dall’azienda – tristemente nota in tutto il mondo per le condizioni durissime imposte ai propri lavoratori – c’è da dire che in Italia non è la prima volta che il gigante del commercio online Usa abbia dimostrato condotte antisindacali. […]

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