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Prostituzione, giovani bulgare ridotte in schiavitù: arrestati 3 stranieri e 5 italiani

by Cristina Gauri
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Roma, 12 ott —  La squadra mobile di Catania ha arrestato otto persone — tre bulgari e cinque italiani — accusati di tratta di persone, riduzione in schiavitù, associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, aggravati dalla transnazionalità. La Polizia di stato ha notificato inoltre un obbligo di soggiorno a Catania, mentre un decimo indagato risulta al momento irreperibile.

Prostituzione, sgominata organizzazione con a capo tre bulgari

L’associazione a delinquere era dedita al reclutamento di giovani e giovanissime donne dalla Bulgaria, pagandole, come capi di bestiame, poco più di seimila euro ciascuna. Le ragazze erano ridotte in schiavitù, forzate a prostituirsi per strada e ricevendo un trattamento disumano. Per tre bulgari e un italiani sono aperte le porte del carcere, mentre per gli altri quattro sono scattati gli arresti domiciliari.

Tra le vittime una ragazza con handicap grave

Tra le vittime, una ragazza con un grave handicap, ora ospitata in una struttura protetta per vittime di tratta della prostituzione. Dalle carte della Procura emerge «un quadro drammatico». La giovane, secondo quanto riferito dalla Dda, «era maltrattata dall’intero sodalizio che approfittava della sua estrema vulnerabilità dovuta soprattutto all’handicap». Il gruppo le riservava un trattamento disumano. «La costringeva non solo a prostituirsi, ma anche a svolgere mansioni domestiche, cucinare, svegliandola in alcuni casi in piena notte e vessandola con violenze fisiche e verbali indescrivibili».

Bokuk, spazzatura

L’operazione condotta dalla Squadra mobile era denominata Bokuk, termine bulgaro utilizzato per indicare la spazzatura e con il quale i membri dell’organizzazione apostrofavano con disprezzo le ragazze ridotte in schiavitù. Le indagini sono partite nel giugno del 2020 in seguito alla denuncia di due bulgare nei confronti di una straniera che pretendeva pagassero a lei il cosiddetto joint, ovvero lo spazio di marciapiede occupato per «battere» vicino alla stazione ferroviaria di Catania-

Dagli accertamenti dei poliziotti della sezione Criminalità straniera e Prostituzione, coordinati dal pool di magistrati della Dda di Catania, è emerso che le vittime, dopo il reclutamento, venivano sistemate ad abitare in locali fatiscenti situati in condomini del quartiere San Cocimo.  Le donne erano costrette a vivere in condizioni igieniche pessime o inesistenti, private di ogni libertà e dei documenti di identità e sfamate con cibo scarso e di cattiva qualità, lo stretto necessario per sopravvivere.

Cristina Gauri

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