Roma, 14 dic — Venivano accuratamente selezionate quando ancora si trovavano sulle coste della Libia, in attesa di un barcone che le traghettasse verso l’Italia, magari con il passaggio intermedio di una nave Ong a cui «capitava» di incrociare i «naufraghi» lasciati in mezzo al mare sull’imbarcazione «in avaria»: scelte, caricate sui barconi e spedite entro i nostri confini, queste ragazze nigeriane che sognavano un futuro migliore finivano nelle mani di bestie loro connazionali che le riducevano in schiavitù costringendole alla prostituzione. A suon di botte, stupri, riti voodoo e ricatti, spesso per mano di altre donne: doppiamente bestie proprio perché incapaci di provare pietà per altre donne.

Nigeriane prese dai centri di accoglienza e schiavizzate

L’orrore di questa tratta delle schiave è emerso da un’indagine della Squadra mobile di Lodi, con la collaborazione delle Questure di Milano, Torino, Campobasso e Novara, che ha portato all’arresto di cinque nigeriani, tre uomini e due donne. Le ragazze, a decine, erano costrette a prostituirsi lungo la provinciale 40, l’arteria stradale che collega Melegnano a Binasco.

Viaggio infernale

L’inferno per queste giovani donne iniziava sulle coste libiche, dove, come detto, venivano selezionate dai loro stessi connazionali, per la traversata del Mediterraneo. Arrivate in Italia venivano trasferite nei centri di accoglienza del Sud dove trascorrevano il primo periodo della loro permanenza entro i nostri confini. A questo punto, le agenzie di stampa riferiscono che il sodalizio criminale «prelevava» da detti centri (con il permesso di chi?) le giovani e le portava verso l’ultima tappa: le arterie di traffico del Nord Italia, dove iniziava il vero orrore tra stupri, ricatti perpetrati attraverso riti voodoo praticati da varie maman, anche loro nigeriane, padrone e guardiane delle schiave.

Il sistema di accoglienza alleato degli schiavisti

Una vicenda dai contorni agghiaccianti che spezza, se mai davvero ce ne fosse ancora bisogno, la narrazione progressista sulle persone che partono alla volta del nostro Paese alla ricerca di un futuro migliore. E che conferma, al contrario, l’orrore di un autentico mercato della carne, una tratta che non ha nulla da invidiare alle rotte storiche dello schiavismo dei secoli passati.

Nel frattempo progressisti e sinistra, decisamente interessati, continuano a sostenere il flusso continuo di stranieri incuranti di queste atrocità e del fatto che all’interno di questa tratta molto, troppo spesso il sistema di accoglienza, in maniera consapevole o inconsapevole, si rende utile alleato di autentici schiavisti. E non c’è dubbio che continuare a dipingere l’Italia come paradiso dell’accoglienza finisca per ingenerare una spirale di aspettative e di speranze — il cosiddetto pull factor — incoraggiando a partire moltissimi stranieri, tra cui anche le ragazze finite vittime di queste storie di violenza e di abusi.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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