Roma, 23 mag — Questa faccenda delle restrizioni — è alla luce del sole — è sfuggita di mano a parecchi degli esperti da salotto di pandemie e virus che — nostro malgrado — ci hanno intrattenuto per due anni su tutti i media: e ora, con la peste suina e il vaiolo delle scimmie che fanno capolino in Europa, da Burioni a Bassetti, da Crisanti alla Capua eccoli spuntare fuori dai propri rifugi come le lumache al primo accenno di pioggia. Ognuno ansioso di dire la propria, per non perdere la rilevanza scemata drammaticamente con la scomparsa della situazione emergenziale legata al Covid.

La Capua e il lockdown per suini

Prendete Ilaria Capua, per esempio: così nostalgica dei lockdown che non potendoli più auspicare per gli esseri umani, li preconizza per i maiali come metodo di contrasto l’epidemia di peste suina che sta prendendo piede in Europa, Stivale compreso. «Non sono veggente, ma devo dire che l’emergenza legata alla peste suina è la cronaca di una epidemia annunciata», spiega al Corriere. «L’Italia non poteva pensare di rimanerne fuori: questo virus circola da diversi anni in Europa centrale, nelle repubbliche baltiche, in Polonia, Russia e Cina. E se vai a vedere i numeri in Cina, il maggior consumatore di carne suina al mondo, l’effetto è stato devastante. Se entrasse nella filiera del suino in Italia sarebbe un colpo durissimo».

Sempre toni catastrofici

I toni sono sempre quelli della catastrofe. Fortunatamente, però, la professoressa ammette che «Il rischio è zero per l’essere umano. Non si trasmette all’uomo né per via diretta (contatto), né indiretta (con gli alimenti). È un virus molto selettivo. Una sorta di virus esigente, tutt’altro che di bocca buona: infetta esclusivamente i suidi (maiali, cinghiali, facoceri) e nessun’altra specie. Ma proprio questa sua caratteristica è anche un grave problema». Non esiste infatti un vaccino che possa proteggere il comparto dei suini.

Quindi, via a un non meglio specificato lockdown per animali. «Mi auguro che non succeda, ma il mercato dei prodotti di origine animale funziona così. Sarebbe un disastro, perché vorrebbe dire bloccare tutta la filiera, posti di lavoro. Se non hai un vaccino è molto difficile controllare la malattia e la sua circolazione. Una volta che è arrivato all’interno di una popolazione recettiva potrebbe esplodere», fino ad arrivare «a un blocco dell’export dei prodotti. È una malattia che non vuole nessun Paese. Forse anche per questo non si avverte l’allarme che si nasconde dietro la notizia più di colore, i cinghiali tra i cassonetti. Abbiamo già l’infezione in tre regioni: Piemonte, Liguria, Lazio. La prima cosa da fare è capire se c’è un legame».

Cristina Gauri

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