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Roma, 2 lug — «In questa vicenda io sono il carnefice, non la vittima!»: Vittorio Sgarbi è allegramente sul piede di guerra, fresco di proscioglimento dalle accuse di aver certificato come autentiche opere d’arte ritenute false.



Sgarbi prosciolto dalle accuse 

Al critico d’arte era attribuita la violazione dell’articolo 178 del codice dei beni culturali (decreto legislativo 2004) che punisce chi, conoscendone la falsità, autentica opere od oggetti contraffatti, alterati o riprodotti. Sgarbi, coinvolto in quanto presidente della Fondazione Archivio Gino De Dominicis di Roma, formata da galleristi ed esperti d’arte, è stato prosciolto in quanto «il fatto non costituisce reato». 

Raggiunto telefonicamente dal Primato Nazionale, il sindaco di Sutri precisa di non avercela con i giudici: «Per quanto riguarda la questione giudiziaria», precisa Sgarbi, «oltre a essere del tutto inconsistente, la vicenda riguarda un mio amico che non ha mai creato opere in vita sua. Era un pensatore come Duchamp: lui aveva idee che altri realizzavano. Ho cercato di spiegare questo, evidentemente il Gup l’ha capito».

Lo “strano” trattamento di Repubblica

Nel mirino di Sgarbi vi sono invece gli organi di stampa, due in particolare, che nel merito della vicenda non ci hanno pensato due volte ad accanirsi sul primo cittadino di Sutri: «Uno è Repubblica, e l’altro è il Fatto Quotidiano. Quest’ultimo è incorreggibile, dal Fatto non ci si può aspettare niente. La Repubblica si può anche leggere. Il direttore, Molinari, è un amico — mio e di mia sorella — da molto tempo. Ma in questo frangente è accaduto qualcosa di quantomeno singolare: un amico, di solito, lo si chiama almeno per dargli il diritto di replica. Invece nessuno mi ha chiamato, Repubblica ha pubblicato due articoli contro di me sull’edizione cartacea. Poi ho concesso un’intervista, che è uscita solo sul sito internet. In prima pagina hanno titolato: Le patacche di Sgarbi, ma quando mi hanno assolto non hanno scritto nulla».

Ma quale vittima! Io sono un carnefice

Sgarbi tiene a smentire l’ipotesi di qualsiasi forma di «giustizia programmata» correlata all’annuncio della sua candidatura ad assessore alla Cultura a Roma: «Non c’è nessuna coincidenza fra la mia candidatura e questa vicenda: è una casualità, come spesso accade, nell’ordine delle vicende giudiziarie. Sono talmente lunghe che alla fine coincidono con altre tappe. C’è, piuttosto, una tendenza della magistratura a fare processi inutili. Questo fascicolo doveva essere archiviato nel 2013 ed è andata a processo nel 2021, dopo nove anni». E conclude: «Non mi si dipinga come vittima: io non sono mai una vittima, semmai un carnefice. Pertanto voglio licenziato il giornalista di Repubblica e cacciato a pedate Molinari!»

Cristina Gauri



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