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“Stufo di sopravvivere”, il suicidio di Michele ci impone un interrogativo: e se combattessimo?

by Nicola Mattei
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suicidio disagio giovanileRoma, 8 feb – “Ho vissuto male per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori e fatto molti tentativi. Ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte”. Comincia così la lettera di Michele, 30enne di Udine, che si è tolto la vita ieri dopo anni passati infruttuosamente alla ricerca di un lavoro.
“Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche e colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere, stufo di invidiare e di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. E’ solo delusione, mi è passata la voglia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile”, continua Michele, che denuncia: “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive“.

Un grido di dolore, quello del giovane friulano, comune a molti della sua generazione e che molto spesso termina in gesti eclatanti. Fece notizia, nel 2010, il suicidio di Norman Zarcone, ricercatore all’Università di Palermo che si tolse la vita a tre mesi dal conseguimento del dottorato (senza Borsa), tormentato da un futuro che – ne aveva la certezza – per ciò che desiderava fare era incerto o inesistente, soffocato dalle baronie universitarie, le stesse che hanno poi remato contro la concessione del dottorato alla memoria.

Arriviamo così a commentare, di nuovo, l’ennesimo caso di suicidio assistito da uno Stato che sempre più si comporta (e non solo nei confronti dei giovani) da patrigno insofferente alle loro richieste. Non si tratta di essere schizzinosi, mammoni o choosy, per dirla alla Fornero. Qui abbiamo decine di migliaia di ragazzi che vogliono mettersi in gioco, pronti a lavorare e persino a fare qualsiasi lavoro, che sia coerente con gli studi spesso poco gli importa. Nonostante questo, si devono scontrare con le tante domande “che non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo”, come ha scritto Michele. Stufo di vedere le proprie aspettative frustrate in continuazione, dovendosi adattare magari a qualche lavoretto estemporaneo che – va riconosciuto una volta per tutte – non può essere la normalità, non può essere accettabile.

La generazione di Michele, che è quella di chi scrive, è probabilmente l’unica generazione che sta messa peggio di quella precedente. Buffo no? E pensare che il progresso tecnologico, la globalizzazione, avevano promesso un futuro pieno di possibilità per più persone in più posti. Più possibilità perché il mercato adesso è più esteso, è per l’appunto globale. Ma forse qui ritorna una riflessione che Michele ha fatto: “È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento”. E’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda: la troppa estensione di un mercato schizofrenico lascia dietro forse i migliori. Oggi è “il pesce più veloce che mangia quello più lento”, non il più grande che divora quello piccolo. Almeno prima c’era una sorta di ordine naturale, gerarchico. Oggi invece esiste solo la “velocità” a qualunque costo, pure se sei meno preparato, meno competente. Ed è così che molti si trovano spaesati, senza punti di riferimento per l’appunto. Senza identità. Magari i nostri nonni hanno dovuto affrontare fame e guerra, ma l’hanno fatto (indipendentemente dalle scelte di campo), in nome di un’idea collettiva, di un noi. Con punti di riferimento ben precisi. E per questo, se pur nelle difficoltà, nelle atrocità e nel dolore, sono venuti su con la schiena dritta, con una sostanza. I nostri genitori pure: figli delle grandi tensioni ideali e dei grandi cambiamenti. Dalla beat generation, al’68, fino al’77. Si sentivano, volenti o nolenti, i figli prescelti di un cambiamento epocale. Noi no. “Noi siamo i figli di mezzo della storia, senza scopo né posto”, per citare Tyler Durden in Fight Club. Ma abbiamo la possibilità di decidere di darci uno scopo, di sceglierci un destino. Nonostante tutto.

Quello di Michele, come per Norman e tanti altri, lo ripetiamo, è un suicidio di Stato. Il quale però non ci esime anche da una ulteriore riflessione. Perché sì, il gesto è in qualche modo anche comprensibile, nessuno di noi conosce le loro realtà né cosa gli stesse passando per la testa in quel momento. E però la domanda va posta: è il modo giusto di affrontarla? Di fronte al “Sistema” che loro stesso denunciano, che li vorrebbe apatici e passivi, suicidarsi non rischia di essere quasi un favore nei suoi confronti? Se davvero gli si vuole fare un torto, affrontare le storture nelle quali ci si trova invischiati non è la migliore, ma l’unica risposta possibile. “P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi”, così conclude la sua lettera Michele. Ecco, un nemico l’aveva trovato: perché invece di suicidarsi non l’ha combattuto?

Nicola Mattei

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3 comments

nemesi 8 Febbraio 2017 - 1:32

…più che altro ha rovinato delle parole toccanti e pregne di significato -nonchè di interrogativi da riflessione- con il nome di un fallito.

perchè i ladri li trovi sia a destra che ha sinistra,ma i fallitoni a tutto campo,sembrano essere tratto distintivo per autonomasia dei secondi.

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Francesco 9 Febbraio 2017 - 5:26

Si può concordare che si tratti di “suicidio di stato” ma per il tramite di una anaffettività (“di stato”, appunto) generalizzata, a mio parere non (sol)tanto nei confronti della capacità di rispondere alla legittima e sacrosanta esigenza delle persone di realizzare la propria identità sociale, lavorativa, ma anche della dilagante incidenza di fenomeni depressivi gravi in assenza dei quali quella incapacità (io ritengo) non potrebbe essere ragione sufficiente per un gesto tanto estremo. In sintesi: lo stato deve provvedere a una nuova etica del lavoro, ma anche a una nuova cultura, a un nuovo pensiero, della prevenzione psichiatrica.

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carla 16 Febbraio 2017 - 11:31

Credo che la tua generazione non sia la sola a trovarsi peggio di quella precedente. In Italia le generazioni nate dagli inizi dei ’70 non hanno vita facile. Per alcuni si tratta di acrocchiare a quarant’anni pranzo con cena. È molto umiliante.
Michele ha ragione, lo sostengo: dargli del fallito (primo commento) è non solo un’immoralità disgustosa, ma un’ingiustizia. Il fallimento non è il suo, ma della società intera, della politica, certamente. Delle persone che parlano con odio e disprezzo perché a loro volta odiate e disprezzate.
Non ho molto da dire a riguardo, sono convinta che le persone abbiano il pieno diritto di stabilire come e quando cessare la propria esistenza, e che per questo non debbano essere giudicate né come eroi né come vigliacchi.
Chiaro, un caso del genere, in un paese degno di tal nome, questo caso sarebbe finito in Parlamento. Ma l’Italia è marcia dal 1861. Chi può scappi, chi può se ne vada, chi può fugga all’estero, senza guardare mai indietro.

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