Home » Italiani detenuti all’estero: storie di “ordinaria” galera

Italiani detenuti all’estero: storie di “ordinaria” galera

by Federico Rapini
0 commento

n_italiani-arrestati-all-estero-avvocatiRoma 31 mar- Nei giorni in cui il tema degli italiani detenuti all’estero torna sotto la luce dei riflettori, causa l’inizio del processo nelle Filippine ai danni di Daniele Bosio, è bene ricordare che secondo le stime della Farnesina sono più di 3000 gli italiani detenuti all’estero. Tra tutti sicuramente sono i 2 marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, a fare più notizia. Come nel caso dei due militari detenuti da più di 3 anni in India, il Governo italiano negli altri casi fa molto poco se non nulla per riportar i propri cittadini a casa. Anzi, talvolta contribuisce a farli condannare.

Tra le storie più raccapriccianti c’è quella di Roberto Berardi, imprenditore di Latina che dal gennaio 2013 si trova nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale. In Africa dal 2012, Berardi entra in contatto con Teodorin Obiang, figlio del Presidente della Guinea Equatoriale, con il quale comincia rapporti di lavoro tanto da creare una società, la Eloba Construction SA, il cui 60% nelle mani di Obiang e il 40% all’italiano. Nel dicembre 2013,l’imprenditore di Latina scopre che la sua società ha buchi milionari, impegnandosi di tasca propria a risanarli, pagando dipendenti e fornitori. Chiede allora spiegazioni ad Obiang che di tutta risposta lo fa arrestare.

Qui inizia l’odissea.

Il carcere di Bata è uno dei posti peggiori del mondo, dove i detenuti sono tenuti in pessime condizioni igenico-sanitarie, vengono pestati e torturati quotidianamente. Ad oggi Berardi ha contratto più volte la malaria, un enfisema polmonare, il tifo e perso 30 kg. “Il Principe”, così viene chiamato Teodorin Obiang, è oggetto di un mandato di cattura internazionale emanato dagli Usa, ma tutt’oggi è libero. Il governo italiano, tramite la Farnesina prova timidamente a risolvere la questione, considerando le pressanti e giustificate richieste dei parenti di Berardi. Ma nulla. Al console Massimo Spano non viene neanche permesso l’accesso al carcere. Il processo è una farsa con testimoni che dopo le accuse spariscono nel nulla. Roberto viene condannato a due anni e mezzo di carcere più 1,5 milioni di dollari da restituire. La famiglia di Roberto Berardi è disperata e chiede anche aiuto al Vaticano, pensando che la cattolica Guinea Equatoriale accolga la richiesta nell’Angelus da parte del Papa. Ma la situazione, è il caso di dirlo, non la smuove neanche “l’Onnipotente”. Il nostro connazionale ha anche tentato la fuga dal carcere, ma giunto davanti l’ambasciata spagnola, nonostante le suppliche, questa non ha aperto neanche i cancelli. Questa vicenda mostra chiaramente la considerazione che il nostro governo gode all’estero. Un governo fantoccio che abbandona i propri figli.

Chi a suo tempo fu abbandonato dall’Italia fu Carlo Parlanti. Accusato falsamente dalla ex compagna di maltrattamenti e stupro, ha scontato nove anni nel carcere americano di Avenal in California. Anni dopo il suo ritorno in Italia, Carlo Parlanti ha descritto tutte le anomalie del suo processo, compreso “l’aiuto” che la Polizia italiana diede a quella americana per cercare di incastrarlo. Parlanti fu arrestato a Dusseldorf, in Germania, per le accuse citate sopra. Sarebbe dovuto essere stato messo in libertà previo cauzione, anche perchè la signora White, la denunciate di Parlanti, fu fotografata, nei giorni seguenti ai presunti abusi, in buona forma e senza evidenti segni di percosse. Parlanti in carcere fece due scioperi della fame lamentando le difficoltà incontrate nell’acquisire la documentazione medica avanzata dalla White, la quale in precedenza fu anche dichiarata instabile da un tribunale californiano in seguito alla separazione dall’ex marito. L’aiuto della polizia italiana a quella americana venne con l’invio di un documento preso abusivamente da un vecchio fascicolo del 1989, dove il Parlanti veniva accusato di maltrattamenti da una sua ex compagna. Quel caso però fu archiviato senza che mai si arrivasse alle indagini. Dopo essere tornato in Italia, Carlo Parlanti ha avuto modo di raccontare la sua versione dei fatti e ha denunciato l’ispettore di polizia italiana e l’attaché di ambasciata che hanno provato ad incastrarlo. Parlanti ha anche denunciato le pessime condizioni di vita a cui era soggetto nel carcere americano, dove ha contratto l’epatite C.

Non sono,quindi, solo i paesi del Terzo Mondo, come la Guinea Equatoriale, a trattare come bestie i detenuti, ma anche stati che si ergono a paladini della democrazia come gli Usa. E tramite l’associazione “Prigionieri del silenzio” i cui portavoce sono lo stesso Carlo Parlanti e Katia Anedda, si vengono a scoprire queste storie che hanno dell’incredibile.

Come quella di Claudio Castagnetta, ricercatore arrestato in Canada per disturbo della quiete pubblica. Il suo corpo viene ritrovato senza vita dopo due giorni in cella. Secondo le istituzioni canadesi si è suicidato, ma il ministero canadese in seguito inviò delle scuse che lasciano perplessi.

Senza parole lascia anche la storia di Simone Renda, bancario morto in un carcere messicano. Portato in cella perchè trovato nudo e non in grado di muoversi nella sua stanza d’albergo. Solo dopo si venne a sapere che soffriva di una malattia che non gli permetteva di rimanere a lungo senza bere.

Questi sono solo pochi esempi dei migliaia di italiani detenuti più o meno giustamente all’estero. Italiani abbandonati dalle istituzioni italiane che latitano. D’altronde la giustizia e la vita di un italiano valgono molto meno che mantenere “buoni rapporti” anche con stati dove la pena di morte è ancora in vigore.

Federico Rapini

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati