Roma, 11 lug – A maggio scorso ci chiedevano su questo giornale: cosa ci faceva Mario Draghi con il Ceo mondiale di Uber? Perché il premier italiano aveva deciso di incontrare “in gran segreto” Dara Khosrowshahi, giunto a Roma dalla lontana California? Allora ci sembrava il preludio al semaforo verde per la multinazionale americana in Italia, apertura alla definitiva – quanto scongiurabile – conclusione dell’iter normativo di riforma di un intero settore, già avviato nel 2019. Oggi la domanda da domanda da porsi è ben altra: quanto e in che modo il colosso californiano ha fatto pressioni sui governi europei (compreso quello italiano) negli ultimi anni? La risposta in questo caso è piuttosto facile: molto, anche troppo. Almeno a giudicare da quanto emerso dallo scioccante dossier realizzato da un consorzio internazionale di giornalisti investigativi e riportato da una serie di prestigiose testate europee (tra queste Guardian, Bbc, Le Monde, L’Espresso). Ribattezzato “Uber Files”, l’impressionante dossier include oltre 120mila intercettazioni, 83mila e-mail e altri file su operazioni condotte dalla multinazionale americana tra il 2013 e 2017.

“Uber Files”, il dossier choc sulla multinazionale americana

“Uber ha segretamente effettuato per anni campagne di pressione e persuasione presso le cancellerie di mezza Europa e negli Usa, mentre sosteneva con pratiche ai limiti della legalità, se non al di fuori, la sua aggressiva manovra di espansione globale”, scrive il Guardian. Ed è senz’altro il nome del presidente francese Emmanuel Macron quello più importante e compromettente a emergere. Perché secondo il Guardian, stando a quanto emerso nei documenti in questione, Macron avrebbe “aiutato segretamente Uber nella sua attività di lobby in Francia”. Ma la multinazionale americana avrebbe approcciato, in vari modi, diversi altri leader:
l’attuale presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, l’attuale cancelliere tedesco Olaf Scholz, l’ex ministro delle Finanze britannico George Osborne, l’ex commissario Ue Neelie Kroes e pure l’ex premier italiano Matteo Renzi. L’inchiesta è incentrata in particolare sulle mosse del cofondatore di Uber, Travis Kalanick, che per introdurre i servizi della sua azienda avrebbe agito “usando la forza bruta, anche se significava violare le leggi e le normative che regolamentano i servizi di taxi”.

A titolo esemplificativo, stando sempre a quanto rivelato dal dossier, i top manager di Uber se ne sarebbero usciti con frasi a dir poco sconcertanti che rimarcano una filosofia aziendale spietata: “Siamo fottutamente illegali”, “Meglio chiedere il perdono che il permesso”, “Prima partiamo con l’attività, poi arriva la tempesta di m*rda di regole e controlli”.

Italia, “Operation Renzi”

Ma nel dossier, come rivelato da L’Espresso, emerge anche la cosiddetta “Italy-operation Renzi”, nome in codice per identificare una campagna di pressione portata avanti da Uber – dal 2014 al 2016 – che puntava a condizionare l’allora primo ministro italiano nonché alcuni ministri e parlamentari del Pd. Nelle mail dei top manager della multinazionale americana, Renzi viene definito “un entusiastico sostenitore di Uber”. Per avvicinare l’allora premier italiano, Uber avrebbe coinvolto anche importanti personalità istituzionali come John Phillips, al tempo ambasciatore Usa a Roma.

Renzi si difende affermando di non aver “mai seguito personalmente” le questioni dei taxi e dei trasporti, che allora erano gestite “a livello ministeriale, non dal primo ministro”. Il leader di Italia Viva conferma comunque di aver incontrato varie volte l’ambasciatore Phillips, ma non ricorda di aver mai discusso con lui di Uber. In ogni caso, come precisato da L’Espresso, il governo guidato da Renzi non approvò specifici provvedimenti a favore della multinazionale americana. Restano le pressioni del colosso californiano, decisamente inquietanti. Oltre a una serie di sconcertanti metodi attuati da Uber, su vari fronti. “Lavoratori sfruttati, sottopagati, spiati, licenziati senza preavviso né giustificazione. Programmi segreti per bloccare i computer aziendali durante le perquisizioni di polizia. Soldi spostati nei paradisi fiscali per non pagare le tasse, mentre nei bilanci ufficiali vengono esposte perdite miliardarie”, riporta L’Espresso.

Alessandro Della Guglia

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