Schermata 2015-12-05 alle 14.38.03Roma, 5 nov – Vi ricordate la “foto che commosse il web”? D’accordo, così è troppo difficile, il web si commuove almeno un paio di volte al giorno. Rinfreschiamo la memoria: si trattava dello scatto che vedeva due uomini in lacrime per la nascita del “loro” bambino. Sullo sfondo, sfocata e distrutta, la madre surrogata che non aveva commosso nessuno e che aveva fatto da “incubatrice” per un bambino che le era stato strappato dopo il parto in cambio di moneta sonante. All’epoca obiettare qualcosa all’ondata di commozione generale era come minimo indice di omofobia.

Ebbene, contrordine compagne: ora l’utero in affitto non è più una conquista ma un’orribile pratica “maschilista”. Vedasi l’appello lanciato dalle femministe di “Se non ora quando” e firmato, fra gli altri, da Stefania Sandrelli, Giovanni Soldati, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Claudio Amendola, Francesca Neri, Ricky Tognazzi, Simona Izzo, Micaela Ramazzotti. E poi intellettuali come Giuseppe Vacca, Peppino Caldarola, la scrittrice Dacia Maraini, ma anche da Aurelio Mancuso, già presidente di Arcigay e ora di Equality Italia.

Il testo dell’appello presenta parole inequivocabili: “Noi rifiutiamo di considerare la ‘maternità surrogata’ un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: ‘committenti’ italiani possono trovare in altri Paesi una donna che ‘porti’ un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione”.

Sembra di leggere un comunicato della Manif pour tous, che per aver detto cose simili venne a suo tempo linciata. Ora anche le femministe si accorgono che alcuni “diritti” finiscono per generare mostri. Ma come, non basta “l’amore” a giustificare ogni pratica? Evidentemente no, anche se il resto del mondo ci era arrivato da un pezzo.

Bene così, comunque, anche se l’impressione del cortocircuito ideologico è fortissima. E infatti la cosa non sta bene a tutti. Su Internazionale, la “bioeticista” (?) Chiara Lalli boccia l’appello come “presuntuoso” e replica che l’utero è suo e lo affitta a chi le pare: “Essere oggetto non è il destino intrinseco di ogni donna che si offra per una surrogacy. Se scelgo liberamente, sarò ancora una vittima?”. Non fa una piega. O meglio, una ne fa, dato che se vai da una famiglia del Terzo Mondo – ma, con i tempi che corrono, anche da una italiana – e le offri 20mila euro puoi far fare ai suoi membri, “volontariamente” e “liberamente”, praticamente qualsiasi cosa.

Ma discutere di questo è forse già prendere troppo sul serio un dibattito che è solo l’avvitarsi di una casta intellettuale sulle proprie contraddizioni, sulle proprie mitologie, sul proprio distacco dalla realtà.

Adriano Scianca

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4 Commenti

  1. “Noi rifiutiamo di considerare la ‘maternità surrogata’ un atto di libertà o di amore.”
    Come sempre vale per il “noi”, non per tutti. Ci possono essere altri noi, compreso quelle delle donne disponibili ad aiutare: “Noi pensiamo che la ‘maternità surrogata’ sia un atto di libertà o di amore.”

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