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Roma, 20 nov – Andrea Crisanti e Roberto Burioni non si farebbero iniettare i primi vaccini, nel caso fossero disponibili già a gennaio. Che sorpresa, vero? I due scienziati che più di tutti hanno sostenuto l’operato del governo, spesso spingendosi oltre e suggerendo giri di vite e restrizioni draconiane – coadiuvati da una narrazione verbale ai limiti dell’apocalittico – adesso esprimono dubbi sul vaccino che Conte aveva ottimisticamente propagandato come pronto per fine dicembre-inizio gennaio. Gli stessi dubbi – peraltro più che legittimi – che, se espressi da un comune mortale o da un virologo non filogovernativo, gli avrebbero immediatamente valso l’appellativo di «negazionista». 

Crisanti: dubbi sui criteri di sicurezza

«Normalmente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio», è la posizione di Crisanti, intervenuto al Festival della divulgazione del periodico Focus, che si sta svolgendo al Museo Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. «Perché vorrei essere sicuro che questo vaccino sia stato opportunamente testato e che soddisfi tutti i criteri di sicurezza ed efficacia. Ne ho diritto come cittadino e non sono disposto ad accettare scorciatoie», ha insistito.

Fasi accorpate

Pur non essendo ovviamente contro i vaccini, Crisanti evidenzia le criticità di quelli in prossima uscita contro il Sars-CoV-2: «ma questi di cui si parla sono stati sviluppati saltando la normale sequenza Fase 1, Fase 2 e Fase 3. Questo è successo perché hanno avuto fondi statali e quindi si sono potuti permettere di fare insieme le tre fasi perché i rischi erano a carico di chi aveva dato i quattrini». Il rischio di questo procedimento ultra velocizzato è ritrovarsi con un prodotto senza le adeguate garanzie rispetto a quelli realizzati con le procedure e le tempistiche standard: «Facendo le tre fasi in parallelo, uno si porta appresso tutti i problemi delle varie fasi. Quindi è vero che si arriva prima, ma poi c’è tutto un processo di revisione che non è facile da fare», spiega. «In questo momento non abbiamo una vera arma a disposizione. Dobbiamo creare un sistema di sorveglianza nazionale che superi le differenze regionali, per equiparare le differenze tra le varie regioni».

Nemmeno Burioni si fida

Alle perplessità di Crisanti fanno eco quelle di Roberto Burioni, che ieri su Twitter ha risposto alla domanda di un follower: «Se oggi fosse disponibile lei si vaccinerebbe Pfizer subito?». «No, non conoscendo ancora i dati nel dettaglio (soprattutto sulla sicurezza, pur pensando che siano incoraggianti altrimenti il Ceo di Pfizer finirebbe in galera)». Una cosa è sicura: con le loro perplessità i due scienziati non hanno certo reso un buon servigio al premier Conte. E a questo punto la domanda è legittima: se due esperti filo governativi – non un Bassetti, non uno Zangrillo – esprimono dubbi sul vaccino spingendosi a dire che non se lo farebbero iniettare nell’immediato, perché lo dovremmo fare noi?  

Cristina Gauri

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