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La Spezia, 10 feb – Foibe. Quando se ne parla, la memoria corre ai territori giuliano-dalmati, all’Istria. Pochi sanno che anche nel territorio ligure, e più precisamente in provincia di La Spezia, si trova un enorme inghiottitoio di circa 75 metri di profondità nel quale avvennero due eccidi che coinvolsero almeno un centinaio di vittime.



Come ci ha spiegato l’avvocato Emilio Guidi – storico che da anni si occupa di restituire una memoria sepolta da decenni di oblio – a Campastrino, questo il nome della piccola frazione nei pressi di Riccò del Golfo, il primo episodio avvenne quando la guerra era ancora in corso. Mentre la 148ma divisione tedesca in quel momento stava dirigendosi verso la Pianura Padana, un suo reparto probabilmente rimasto senza ordini e isolato, decise di muovere verso Genova.

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Il primo eccidio di Campastrino

Durante il tragitto si imbatté in circa 400 tra partigiani e azionisti delle divisioni “Vanni” e “Giustizia e Libertà” e per esso fu la fine. Pur opponendosi con tenacia e coraggio, la maggior parte dei militari perì sul campo. Una dozzina di soldati sopravvissero ma furono catturati e rinchiusi in una casupola di legno senza tetto, una sorta di recinto improvvisato, come bestie. I partigiani gettarono delle bombe a mano all’interno di quella misera “prigione” uccidendoli tutti. Per disfarsi facilmente dei cadaveri li gettarono, poi, nella foiba.

La seconda strage (a guerra finita)

Il secondo episodio fu, se possibile, ancora più grave poiché avvenuto a guerra finita.Nel Castello di Calice al Cornoviglio, sempre nell’entroterra spezzino, era stato improvvisato un carcere per prigionieri di guerra comandato da tale Luigi Carbonetto, capitano di “Giustizia e Libertà”. Qui si trovavano detenuti circa 75 tedeschi. A Carbonetto fu ordinato che tutti fossero portati alla Spezia e consegnati agli americani. Furono affidati a un gruppo di altri partigiani che li unì a una ventina di soldati già in custodia in via del Vecchio Ospedale, nella caserma della Gnr.

Era il Primo maggio e nel capoluogo erano in corso i festeggiamenti per il giorno dei lavoratori. Invece di consegnare i prigionieri agli Alleati, come raccontò Carbonetto che nel frattempo era stato escluso dalle operazioni, li portarono a Campastrino e proprio in quel luogo che non avrebbe lasciato scampo li infoibarono.

Molte salme giacciono ancora nella foiba di Campastrino

Quella cavità è ancora oggi la tomba nella quale riposa la maggior parte di loro. La strozzatura a imbuto rende infatti molto difficoltoso l’eventuale recupero dei poveri resti. A complicare la situazione è la grande presenza di detriti, rifiuti civili e residuati bellici: proiettili, mine antiuomo e anticarro. Si racconta che in passato vi fosse anche una motocarrozzetta tedesca, nel frattempo trafugata. Un cono di detriti alto almeno 30 metri.

Le operazioni di recupero

Per ben tre volte si è discesi nell’inghiottitoio di Campastrino cercando di riportare alla luce quel che restava di quegli uomini.

La prima volta nel 1972, fu Giuseppe Zanelli a guidare la “discesa”. Ex ufficiale del Regio Esercito, della X MAS e delle Brigate Nere, volle stabilire se ciò che si diceva su quel terribile luogo fosse vero e coinvolse un gruppo speleologico che riuscì a recuperare delle ossa e tre piastrine tedesche ma dovette bloccarsi per l’incontro sulla propria strada di una Tellermine tedesca. I carabinieri, per motivi di sicurezza, interruppero le operazioni. Grazie al ritrovamento delle piastrine due soldati sono stati identificati: Walter Demann e Karl Habe, il terzo si suppone fosse una componente della Kriegsmarine.

Quei resti furono composti, benedetti dal prete di San Benedetto Vara che ebbe cura di tenerli nascosti (non dimentichiamo che erano gli anni ’70!) e poi consegnati al consolato tedesco di Genova. Successivamente vennero inumati nel suggestivo cimitero germanico del Passo della Futa, da cui le grigie lapidi guardano le splendide e oggi pacifiche valli che in passato videro cruente battaglie. Più avanti, era il 1992, un’altra esplorazione fu eseguita da Onorcaduti che recuperò altri resti.

L’ultima spedizione

L’ultimo intervento risale al 2007 e fu organizzato dal compianto professor Marco Pirina, docente triestino che ha dedicato gran parte della sua vita alla scoperta della verità sulle foibe. In questa operazione fu coadiuvato dal professor Matteo Borrini, antropologo forense oggi insegnante presso la “John Moores University” di Liverpool. Durante la discesa effettuata con mezzi all’avanguardia – ma con non poche difficoltà – ha recuperato tre scatole di ossa e alcuni frammenti di equipaggiamenti militari. Come i suoi predecessori, si è fermato solo a causa del materiale esplosivo rinvenuto sul cono di detriti. Anche in questo caso un sacerdote ha impartito la benedizione. Al termine del brevissimo rito religioso sono stati intonati l’Inno nazionale italiano e quello tedesco in segno di fratellanza tra i due popoli.

Resti senza nome

Questi ultimi “ragazzi”, come amava chiamarli Pirina, e i loro fratelli sono tuttora senza nome come moltissimi altri infoibati mai recuperati, che ancora oggi gridano dall’abisso oscuro. Per loro abbiamo il dovere di ricordare ogni giorno, non solo il 10 febbraio, che stragi ignobili sono state perpetrate da chi, secondo i più, stava dalla “parte giusta”.

Francesca D’Anna

La spedizione di recupero dei resti 

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