Vincenzo Onorato Moby
Vincenzo Onorato, patron di Moby e Tirrenia

Roma, 27 nov – “Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigatori”. Questo, com’é noto, recita la famosa iscrizione sul Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur. Tralasciando tutto il resto, ormai la parte relativa ai navigatori rischia di essere definitivamente tolta.

Onorato: “Imbarco senza limiti di extracomunitari”

E’ l’opinione di Vincenzo Onorato, armatore e patron di Moby: “L’estensione degli sgravi previsti per la bandiera italiana anche alle bandiere comunitarie, senza alcuna limitazione in caso di imbarco di marittimi extracomunitari porterà alla perdita di circa 15mila posti di lavoro, in una realtà, come quella del mezzogiorno d’Italia, già fortemente penalizzata dal punto di vista economico e sociale”, spiega. “Di italiano – continua Onorato – resteranno solo le persone fisiche degli armatori che beneficeranno delle provvidenze dello stato italiano in materia di sgravi con bandiere estere e marittimi extracomunitari, ovvero il danno e la beffa”.

Onorato abbandona Confitarma


Da qui la decisione di Onorato, che nel gruppo Moby comprende anche le attività, tra le altre, di Tirrenia e Toremar, di uscire da Confitarma, l’associazione di categoria che riunisce le imprese di navigazione e gli armatori.

“In questo contesto siamo degli eretici: 70 navi tutte bandiera italiana e quattromila dipendenti tutti italiani”, ha proseguito Onorato. “Confitarma – accusa l’armatore – oggi non difende più niente di italiano, ma solo gli interessi di un paio di gruppi armatoriali che navigano con mille bandiere e con marittimi non comunitari, pagati con una manciata di dollari al mese“. Conclude Onorato: “Non vogliamo partecipare a questo cosciente e cinico annullamento della bandiera e dell’occupazione marittima italiana. Già grandi gruppi italiani imbarcano marittimi extracomunitari sottopagati su tratte di cabotaggio. Noi ci dissociamo, difendiamo la nostra tradizione armatoriale che vanta oltre cento anni di storia e i nostri marittimi italiani”.

Filippo Burla

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3 Commenti

  1. Sarà forse perché per lungo tempo la scuola italiana ha abbandonato la formazione dei marittimi italiani ed i vecchi marittimi, poco e male riconosciuti dalla società civile, hanno contribuito ad allontanare i giovani da questo pur affascinante mestiere, per quanto duro. Forse, e dico forse, gli armatori sono stati costretti a rivolgersi ad altri lidi ed altre realtà. Senza tenere conto, però, che gli equipaggi misti internazionali con scarse capacità di comprensione degli ordini hanno determinato disastri navali a ripetizione che alla fine, causa i costi assicurativi in continua crescita hanno causato anche un aumento dei premi da pagare che insieme all’eccesso di stiva attuale li ha costretti a chiedere aiuti governativi. Il solito cane che si morde la coda. Bisogna cambiare rotta! Bisogna che le decisioni marittime e la loro legislazione vengano trattate da un Ministero del Mare e non dalle Infrastrutture che comprendono comparti assolutamente differenti e competenze che nulla hanno a che fare con il mare e con i trasporti.

  2. Sindacati inesistenti, armatori che fanno solo i loro interessi, la bandiera italiana é ormai finita, e con essa purtroppo la quasi totalitá dei marittimi italiani, rimasti ormai in pochi. Il governo non fa nulla per salvare questo settore che potrebbe dare migliaia di posti di lavoro. Perche non istituire un mjnistero della navigazione. Perche non incentivare l’assunzione di personale italiano (non solo ufficiali capitani/direttori) anche sul lungo corso? Certo il filippino che fa 1 anno a bordo e costa la metá di un italiano per il quale l’armatore deve pagare migliaia di € di tasse é piu comodo. L’unico settore in costante crescita é quello della burocrazia.

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