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Roma, 4 nov – «Avrà mai fine? Riusciremo più a vivere come prima?» Sono le domande che più di tutte affiorano alla nostra mente quando pensiamo all’emergenza sanitaria e all’epidemia in corso. Una tenue speranza arriva da Giorgio Palù, professore emerito dell’Università di Padova ed ex-presidente della Società italiana ed europea di Virologia, che ha ipotizzato all’Adnkronos Salute una data per la fine del contagio. 

Il virus non è più mortale

Prima di esporre la sua teoria Palù ha però premesso che il Sars-CoV-2 è in parte ancora sconosciuto e si tratta del «primo virus pandemico della famiglia dei coronavirus», mentre l’umanità coesiste da millenni con quelli che caratterizzano il raffreddore e sono meno dannosi del Covid-19. Poi puntualizza: «Da virologo posso dire che, seguendo le mutazioni di Sars-CoV-2, in questi mesi è aumentata la contagiosità ma non la sua letalità». Il virus, quindi, si trasmette molto più facilmente ma non per questo è più mortale. 

Nessuna pandemia dura più di due anni

«E se c’è già chi preconizza una terza, una quarta o una quinta ondata, noi non abbiamo conoscenza di una pandemia che sia durata più di 2 anni». Lasciando ai politologi le analisi sulle misure di contenimento del contagio, l’esperto ricorda che «quello che abbiamo appreso dalla Spagnola del 1918, dall’Asiatica del ’57, da quella di Hong Kong del ’68 e dalla Suina del 2009» è che «nessuna pandemia è durata più di 2 anni». Per quanto riguarda la seconda ondata in atto, quindi, «dovevamo attenderci una recrudescenza del virus in autunno e prepararci: succede con tutti i virus respiratori pandemici», aggiunge Palù.

Il picco a gennaio-febbraio

E ora a che punto siamo? Il professore non vuole dare false speranze: dobbiamo arrivare a primavera prima di prendere nuovamente fiato. «Come si dice “ha da passà a nuttata”: è un virus nuovo, ma a gennaio-febbraio di solito c’è il picco di questi virus respiratori. Dunque, a situazione invariata, possiamo attenderci un incremento dei casi. Ma non dobbiamo dimenticare che questo patogeno si sta adattando all’uomo: la letalità secondo tutti gli studi oscilla tra 0,25 e 0,6%», ricorda Palù.

Vaccino o cure?

E il vaccino? Palù preferisce guardare altrove. Verso gli anticorpi monoclonali, ad esempio: «parliamo spesso dei vaccini allo studio, ma stanno arrivando già i dati degli studi sugli anticorpi monoclonali e vediamo che si stanno rivelando molto efficaci» ha aggiunto. E cita l’esempio del Regeneron con il quale i medici sono riusciti a rimettere in sesto Trump nel giro di pochi giorni. E poi c’è il Remdesivir – il cui uso è stato ultimamente scoraggiato dall’Oms, «secondo la quale questo farmaco avrebbe un piccolo o addirittura inesistente beneficio sulla mortalità a 28 giorni o sul decorso ospedaliero dei ricoverati» – sul quale i medici stanno investendo parecchio. «Ma si tratta di un virus nuovo, il primo pandemico di questa famiglia, e dobbiamo ammettere che ci sono ancora molte cose che non conosciamo», ha tenuto a sottolineare il virologo.

Cristina Gauri

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