Ferrara, 7 dic — Padre-padrone marocchino di religione musulmana non vuole che la figlia viva all’occidentale: quindi la brutalizza senza pietà, come se fosse un oggetto. Picchiata, legata a una sedia, rinchiusa in cantina per lunghi periodi senza acqua né cibo, addirittura rispedita nel Paese d’origine per sposare il cugino: un inferno durato quattro anni, finché la vittima, temendo per la propria vita, ha chiesto aiuto alle forze dell’ordine. Per il padre, un uomo di 56 anni, sono scattate le manette. Nei confronti del fratello di 32 anni è stato emesso un divieto di avvicinarsi a lei. Sono ritenuti responsabili di maltrattamenti, minaccia grave e sequestro di persona in concorso.

Padre marocchino picchia e sequestra la figlia

L’incubo vissuto dalla ragazza ha come sfondo la città di Ferrara. E inizia, come detto, 4 anni fa, quando cioè la giovane — che sognava di fare l’estetista — esterna al padre marocchino il proprio desiderio di vivere, vestire e comportarsi come un’adolescente occidentale, rinunciando a professare la fede musulmana. Una richiesta che manda su tutte le furie il 56enne e il fratello di lei. I due prendono a maltrattarla in ogni modo. Le minacce di morte sono all’ordine del giorno. Gli aguzzini arrivano a rinchiuderla in cantina per due giorni, legata mani e piedi a una sedia, senza acqua né cibo. «Questa sarà la tua tomba», l’aveva avvertita il padre.

Un inferno

L’inferno vissuto dalla giovane culmina nel 2018, quando i parenti la portano in Marocco per sposare il cugino di 32 anni, figlio del fratello del padre. La sera stessa del matrimonio, racconta la vittima, il marito la costringe a consumare un rapporto sessuale contro la sua volontà. La sua prigionia durata 3 anni. Fino a qualche mese fa, quando la 18enne, con l’aiuto di un’amica, riesce a fuggire, imbarcandosi per l’Italia. Obbiettivo: ricostruirsi una vita a Ferrara, libera dai vincoli del matrimonio marocchino che in Italia non ha valore. Trova lavoro come cameriera e vive ospite da amici, prima di essere rintracciata dal padre. A quel punto, lei corre a denunciarlo.

Cristina Gauri

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