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Roma, 7 mag – Dei Giochi mondiali militari, istituiti nel 1995 e organizzati a scadenza quadriennale, non si è mai interessato nessuno – nemmeno la stampa sportiva. Tranne l’ultima edizione, la settima, che ha avuto luogo dal 18 al 27 ottobre proprio a Wuhan, la città cinese della provincia di Hubei conosciuta da tutto il mondo come la culla della pandemia di coronavirus. Due mesi dopo, infatti, il Sars-CoV-2 è esploso – in circostanze ancora controverse e tutte da chiarire – allungando i propri tentacoli virulenti su tutto il globo, con i risultati che sono sotto i nostri occhi.

Solo recentemente gli esperti hanno iniziato a pendere in considerazione gli aspetti legati a questa particolarissima situazione – migliaia e migliaia di atleti e relativo personale di assistenza, nessuna misura di prevenzione, ritorni in patria senza quarantena – soprattutto alla luce delle testimonianze, sempre più numerose, riferite dagli atleti partecipanti ai Giochi e che parlano di febbri alte e pesanti problemi respiratori al rientro dalla Cina, avvenuto nei primi giorni di novembre dell’anno scorso. Se questi racconti fossero confermati dall’evidenza scientifica, si potrebbe ipotizzare che il virus di Wuhan abbia fatto il proprio ingresso in Europa ben prima del gennaio 2020. Sono, per ora, ancora ipotesi: nel frattempo, però la Svezia ha confermato due casi di coronavirus tra i suoi atleti militari.

La vicenda degli atleti francesi

Strane voci arrivano anche dalla Francia. Il quotidiano L’Équipe ha recentemente parlato della vicenda di due atleti del pentathlon moderno, Elodie Clouvel (argento olimpico a Rio de Janeiro) e Valentin Belaud, cinque volte campione del mondo, che dopo essere stati a Wuhan in rappresentanza della squadra francese avrebbero accusato la comparsa di pesanti sintomi respiratori che, nelle settimane successive, un medico militare avrebbe diagnosticato come «evidenti sintomi di Coronavirus». Il ministero della Difesa d’Oltralpe si è però affrettato a negare tutto («A noi non risultano», era stata la dichiarazione ufficiale) ordinando ai due di non ritornare mai più sull’argomento.

Il caso dell’aviere Tagliariol

Abbastanza inequivocabile la testimonianza dell’aviere Matteo Tagliariol, riportata dalla Gazzetta dello Sport giovedì. Oro nella spada individuale a Pechino 2008, è stato uno dei 170 azzurri presenti ai Giochi Militari dell’anno scorso. E racconta: «Quando siamo arrivati a Wuhan ci siamo quasi tutti ammalati. Ma il peggio è stato il ritorno a casa. Dopo una settimana mi è venuta la febbre altissima, sentivo che non respiravo». Ricorda qualcosa? «Il malanno non passava nemmeno con gli antibiotici, sono guarito dopo tre settimane e sono rimasto a lungo debilitato. Poi si sono ammalati mio figlio e la mia compagna. Quando si è cominciato a parlare del virus mi sono detto: l’ho preso anche io».

Cristina Gauri

7 Commenti

  1. I cinesi,premesso che il loro comunismo schiaccia persone lo detesto,sostengono da mesi che la rappresentativa USA ai giochi era composta da pseudo atleti non all’ altezza e loro da sempre hanno sospettato che da quel momento parti’ il virus.Guarda caso erano stati al mercato di wuhan dove nacque la faccenda!
    Adesso dalle testimonianze degli altri partecipanti di altre nazioni questa ipotesi sembra trovare maggiore riscontro