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21 anni senza Fabrizio De André, “principe libero” della musica italiana

by Ilaria Paoletti
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Fabrizio De André

Genova, 11 gen – “Quanto a me, sono un principe libero e ho tanta autorità per fare guerra al mondo intero, come se disponessi di cento vascelli sul mare o centomila uomini sulla terraferma, ecco ciò che sento”; questa citazione del pirata inglese Samuel Bellamy De André la volle in seconda di copertina dell’album Le nuvole. Sono passati già 21 anni da quando Fabrizio De André ci ha lasciati un po’ più soli. Era l’11 gennaio 1999. Il cantautore genovese aveva scoperto da soli sei mesi di essere gravemente ammalato, e si è spento all’istituto tumori di Milano. Due giorni dopo è tornato nella sua amata Genova: ai funerali parteciparono più di diecimila persone.

Villaggio: “Invidiai il suo funerale”

I funerali si svolsero nella basilica Santa Maria Assunta, in Carignano, uno dei quartieri più belli di Genova. Paolo Villaggio, amico fraterno di Faber e genovese come lui, disse delle esequie del cantautore: “Io ho avuto per la prima volta il sospetto che quel funerale, di quel tipo, con quell’emozione, con quella partecipazione di tutti non l’avrei mai avuto e a lui l’avrei detto. Gli avrei detto: Guarda che ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale”.

La fortuna di “Marinella”

De André cantautore triste alla Brassens,  che “sfonda” grazie a Mina e alla sua interpretazione della Canzone di Marinella: “Il brano è nato da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente” ricordava Faber. “Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte”. Con la decisione di Mina di incidere e inserire la canzone nel 1967 arriva il grande “boom”: De André nel 1997 ricordò di come questa decisione della tigre di Cremona avesse rimesso in ordine le carte del suo destino.

Il rapimento e l'”Hotel Supramonte”

Un altro episodio che dà la misura del De André artista e umano è quello del suo rapimento del 1979; Fabrizio De Andrè e la moglie Dori Ghezzi, trasferitisi in Sardegna lontani da tutto e da tutti, vennero catturati il 27 agosto 1979. Al padre di Fabrizio, un industriale noto, fu chiesto un riscatto di 2 miliardi di lire. Quattro mesi dopo la liberazione; prima di Dori, poi di Fabrizio. Il riscatto fu di 550 milioni di lire. “Il 20 dicembre il mio guardiano mi disse che avevano deciso di liberarci” ricordò De André. “Mi accompagnano due banditi, di cui il mio guardiano e un altro che non avevamo mai sentito, né visto”. La canzone Hotel Supramonte è dedicata a quell’esperienza e alla moglie Dori. “Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere” disse poi De André, senza rancore. “I rapitori erano gentilissimi, quasi materni. Sia io sia Dori avevamo un angelo custode a testa che ci curava, ci raccontava le barzellette. Ricordo che uno di loro una sera aveva bevuto un po’ di grappa di troppo e si lasciò andare fino a dirci che non godeva certo della nostra situazione. Anzi, arrivò a sostenere che gli dispiaceva soprattutto per Dori”.

De André il zeneise

Nel 1984 De André scelse, con una mossa spiazzante, di realizzare un disco di musica in lingua ligure. Crêuza de mä fu un enorme successo commerciale e di critica. Del disco ricordiamo, oltre alla title track e ai pezzi più celebri, la bellissima Sinán Capudán Pasciála vera storia del visconte genovese Scipione Cicala, catturato dai Mori in uno scontro navale poi convertitosi all’Islam, diventato così importante da arrivare ad essere Gran Visir, con il nome – appunto – di Sinàn Capudàn Pascià. Il disco si chiude con la straziante D’ä mæ riva: “Quando un navigante abbandona la banchina del porto della città in cui vive arriva il momento del distacco dalla sicurezza, dalla certezza, sotto specie magari di una moglie, custode del talamo nuziale, agitante un fazzoletto chiaro e lacrimato dalla riva; il distacco dal pezzetto di giardino, dall’albero del limone, e, se il navigante parte da Genova, sicuramente dal vaso di basilico piantato lì sul balcone” disse De André della delicata canzone. “Della compagna della vita resta al marinaio soltanto una fotografia di quando lei era ragazza, una fotografia sbiadita in fondo ad un berretto nero, per poter baciare ancora Genova sull’immagine di una bocca che io definisco “in naftalina”.”

Ilaria Paoletti

 

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5 comments

feberfan 11 Gennaio 2020 - 12:52

Faber vi sputerebbe in faccia.

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21 anni senza Faber: l'11 gennaio 1999 ci lasciava Fabrizio De … – Servizio di informazione 11 Gennaio 2020 - 2:05

[…] 21 anni senza Fabrizio De André, “principe libero” della musica … […]

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Jos 11 Gennaio 2020 - 9:38

..un vero Anarchico..uno che ne conosceva il significato filosofico…non un fancazzista di quelli che si autoproclamano A perché credono che anarchismo sia equivalente di ” facciamo come ca..o ci pare”…esempi ce ne sono, di queste merdacce, che vengono a fare i guardoni sul “primato nazionale”…

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Massimo 12 Gennaio 2020 - 11:49

Se consideriamo il Sig. De Andrè un bravo cantastorie, siamo nel giusto; se lo consideriamo un musicista, bestemmiamo. La musica è ben altro, ma del resto in quest’Italia è così.

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sono sisso 14 Gennaio 2020 - 12:51

Fabrizio de André vi avrebbe solo sputato

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