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Better Call Saul, spin-off di Breaking BadRoma, 17 feb – Il 29 settembre 2013, 10,3 milioni di americani si sono chiesti: “E adesso?”. Tanti, infatti, erano i telespettatori incollati allo schermo per vedere sul canale via cavo Amc l’ultima puntata di Breaking Bad, la serie tv che ha cambiato per sempre il modo di scrivere storie in televisione. L’unico inconveniente di quando si sforna il prodotto televisivo perfetto è che poi il pubblico sviluppa dipendenza.

La Amc ha pensato anche a questo: cosa c’è di meglio, dopo Breaking Bad, di uno spin-off di Breaking Bad? Ecco allora Better Call Saul, la serie basata sulle avventure di Saul Goodman, l’avvocato di Walter White e Jesse Pinkman, i due commercianti di metanfetamina protagonisti della serie principale. Il primo episodio dello spin-off è andato in onda per la prima volta negli Stati Uniti domenica 8 febbraio e ha ottenuto un record americano di ascolti, per quanto riguarda il pubblico tra i 18 e i 49 anni. La storia inizia sette anni prima che Goodman conosca l’ex professore di chimica diventato spacciatore insieme al suo ex allievo, quando l’uomo (interpretato da Bob Odenkirk)

Si tratta, in realtà, di un flashback. Dopo la fine di Breaking Bad, infatti, Saul è scappato dal New Mexico e vive in Nebraska, dove lavora in un fast food e si annoia. La sera, davanti alla tv, guarda le videocassette con i vecchi spot televisivi del suo studio legale e ricorda i vecchi tempi in cui muoveva i primi passi da avvocato portando ancora il suo nome irlandese, James Morgan McGill. Solo successivamente diventerà Saul Goodman, un po’ credendo che un legale risulti più affidabile se ha un nome ebreo, un po’ per assonanza con “S’all good, man”, cioè “Va tutto bene, amico”.

Nel passato di Saul non mancano vecchie conoscenze dei fan di Breaking Bad. Pensiamo al boss psicopatico Tuco Salamanca, interpretato da Raymond Cruz, anche se il giovane criminale messicanoSaul-Goodman sembra decisamente più in sé rispetto a come lo vedremo sette anni più tardi nella serie principale. Di nuovo della partita anche Mike Ehrmantraut, il gelido e professionale killer interpretato da quel grande caratterista che è Jonathan Banks. In Breaking Bad, Mike è il vero antagonista di Walter White poiché è l’unico a guardare con irritazione e sarcasmo questo professorino improvvisatosi genio del crimine. Nello spin-off scopriremo che anche l’avvocato casinista non rientri inizialmente nelle simpatie di Mike.

Quanto a lui, Saul è un personaggio piuttosto tipico del paesaggio sociale americano: si tratta di avvocati cialtroni che difendono cause disperate a prezzi stracciati, pubblicizzando i propri servizi in tv con spot che sembrano televendite, un po’ alla Lionel Hutz dei Simpson. Per metà uomini di legge, per metà faccendieri e maneggioni tuttofare, privi di scrupoli, operano sempre al limite del codice penale e molto spesso oltre.

Il tutto condito con slogan da piazzisti, come appunto “Better Call Saul”, ovvero “Meglio chiamare Saul”, che rende un po’ il carattere del personaggio: sei in un grosso guaio, hai problemi che non si possono risolvere chiamando le forze dell’ordine, ti serve una mano con discrezione e pelo sullo stomaco? Meglio chiamare Saul, che quindi diventa una sorta di Mr. Wolf ma con meno stile, meno eleganza e meno charme del personaggio di Pulp Fiction.

Siamo ancora nella terra di mezzo della morale, quindi, in quel limbo di ambiguità che ha reso così affascinante Breaking Bad, quel lento scivolare dalla legalità alla delinquenza, dalla normalità alla follia. L’attore principale della serie, Bryan Cranston, ha affermato in un’intervista che “il termine breaking bad è un’espressione colloquiale del sud degli Stati Uniti, ed esprime la situazione in cui qualcuno ha preso una direzione che lo allontana dalla retta via, che potrebbe essere per un giorno o per tutta la vita”.

Salvo rivelazioni della nuova serie, tuttavia, la dimensione etica di Saul sembra molto più definita e priva di chiaroscuri rispetto a quella del suo futuro cliente Walter White. Saul è amorale, cinico, spaccone e lo è da subito. Walter, al contrario, è un perfetto padre di famiglia, scrupoloso, mite e bonario che a un certo punto, complice un tumore ai polmoni e la necessità di trovare soldi in qualsiasi maniera per far fronte alle spese mediche, scopre una morbosa attrazione per il potere, per il comando, per la gloria (sia pur criminale). E questo è appunto il motivo per cui fra Mike e Walter uno dei due è di troppo: quella che sta creando Heisenberg – questo è il suo “nome d’arte” nel commercio di metanfetamina – è una narrazione vincente. Puoi contrastarlo, toglierli fette di mercato, braccarlo, tentare di ucciderlo, ma quello che non puoi fare è irriderlo.

Saul è molto più lineare. Per quanto anche lui subisca evoluzioni e cambiamenti, il suo carattere è ben chiaro dall’inizio. Anche Saul lavora sulle narrazioni. Entrambi, sia lui che Walter, sono uomini del soft power, non dell’hard power, non hanno muscoli, armi, eserciti con cui imporsi, hanno solo una cosa: il loro nome. È così che Walter, in una delle scene più famose della serie, riesce ad avere la meglio su un boss della droga: guardandolo negli occhi e dicendo: “Say my name”, “Dì il mio nome”. Da qui l’importanza dell’alter ego: Jimmy/Saul come Walter/Heisenberg. E da qui l’ostilità per entrambi nutrita da Mike, che rappresenta l’autenticità, l’hard power, l’uomo tutto d’un pezzo che parla poco e non sa delle astuzie postmoderne.

Il nome di Saul, tuttavia, ha più speranze di imporsi sul lungo periodo di quello di Heisenberg poiché non vuole convincere e non gli importa di essere creduto. Nessuno dà credito a Saul, nessuno crede che sia una persona onesta o un bravo avvocato. Non è, né finge di essere un hombre vertical. Ma ha successo proprio per il suo muoversi negli interstizi, nel suo essere rizomatico, nella sua amoralità, nel suo strisciare. La sua narrazione è vincente, ma in un altra maniera. Del resto egli infrange la legge per godersi la vita con i proventi dei suoi traffici laddove Walter lo fa per il piacere di costruire un impero. Ma anche agli imperatori talvolta capita di dover dire: “Meglio chiamare Saul”.

Adriano Scianca

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