Roma, 26 dic – Viste le polemiche degli ultimi tempi, l’evocazione dell’intramontabile antifascismo ci offre lo spunto per mettere in fila alcune riflessioni su questo potentissimo concetto-valore. Ancora oggi o, forse, soprattutto oggi, in grado di assicurare ai suoi agitatori un cospicuo plusvalore morale e di legittimità. Esso trae il suo punto di forza dalla assoluta indeterminatezza che lo contraddistingue. Genericamente, da una parte, il bene, la democrazia, la libertà. Dall’altra, il male, l’oppressione, la galleria degli orrori del passato. Una vaghezza che, però, diventa il suo tallone di Achille se sottoposta a un esercizio di decostruzione storica e semantica. In cosa, infatti, consisterebbe l’antifascismo, che altro non fu che il minimo comune denominatore, meramente negativo, di forze, tra le più diverse, unite esclusivamente dall’avversione verso la realtà, allora concreta e attuale, del fascismo, destinate a contrapporsi subito dopo? Quale il suo significato, nel 2021, a regime fascista defunto?

L’opposizione a ogni forma di autoritarismo, violenza, nazionalismo, discriminazione, ecc. – visti come tratti distintivi del fenomeno che s’intende contrastare – risponderebbero i partigiani dello stesso! Da questo discende che ogni esperienza storica ove si coagulino tutti o alcuni di tali elementi sarebbe da definire fascista. Ed ecco perché tale epiteto è stato attribuito anche ai vari Putin, Orban, Kim Jong-Un. Illiberali senz’altro, ognuno a suo modo, ma fascisti decisamente no. Ricordiamo pure, se ve ne fosse bisogno, che antifascisti a pieno titolo furono Stalin e Tito. Di certo non ascrivibili al campo della democrazia e del liberalismo. Per non parlare sempre dei comunisti, antifascista fu anche Edgardo Sogno, architetto di un progetto di golpe militare nel dopoguerra.

Così in nome dell’antifascismo si stupra la Costituzione

L’argomento costituzionale, apparentemente forte. Parlare di costituzione significa parlare di regole, di regole “fondanti”, che quindi si imporrebbero all’osservanza di tutti. Ma significa anche parlare di valori. E il rapporto tra costituzione e valori è tema controverso nello stesso dibattito costituzionalistico. Immaginare una costituzione come ordine di valori (Weltordnung), o “assiologia”, significa pensare che questi non valgano solo come parametro di legittimità per la produzione normativa sottordinata, ma siano idonei a compenetrare l’intero ordinamento e quindi la società, fino a permeare i rapporti tra privati. Il punto è, anche qui, senza dover occuparci se la Costituzione italiana sia o meno “antifascista” (il dato positivo depone chiaramente in senso contrario), è che l’interpretazione dei valori non può che essere soggettiva, risentendo inevitabilmente delle diverse sensibilità degli interpreti. Vieppiù nel caso di un oggetto, come quello di cui parlasi, profondamente anodino e inafferrabile.

Sarebbe ridicolo, oltre che giuridicamente aberrante, rimettere a un giudice l’apprezzamento della liceità di idee od organizzazioni in base a considerazioni storiche, filosofiche, politologiche alle quali dovrebbe ricorrere. È altresì vero che una costituzione non è un mero aggregato di disposizioni assistite da un procedimento per la loro modifica. Esprime invece “unità”, superiore alle parti che la compongono, consistente nel carattere positivo della “decisione concreta fondamentale sulla specie e la forma dell’esistenza politica” che un popolo con essa assume, per citare Carl Schmitt. Ma è una decisione che concerne aspetti fondamentalissimi della vita statale. In quanto politica, la sua interpretazione o integrazione sono devolute alla disponibilità del decisore. Quindi del popolo, e non di censori più o meno togati. La costituzione quindi è una cornice, un limite, entro cui devono dispiegarsi dialettica politica e gioco democratico. Anzitutto una costituzione di regole, non una fumosa tavola di valori da imporre.

Peraltro, come ha notato Galli Della Loggia: “Se ci fossero dei contenuti della democrazia specificatamente riconducibili all’antifascismo, ovvero delle particolari curvature della democrazia che solo un «fondamento antifascista» può darle, allora dovrebbe necessariamente essere vera una o l’altra di queste due conseguenze: o l’antifascismo dovrebbe ritrovarsi all’origine di ogni Costituzione democratica (a cominciare da quella degli Stati Uniti d’America), il che è palesemente falso; ovvero bisognerebbe poter dire che, grazie al suo fondamento nell’antifascismo, la Costituzione italiana presenta delle peculiarità contenutistiche che non hanno riscontro in alcun’altra Costituzione coeva. Ma dove sono tali peculiarità? E dove sono i diritti, le leggi, gli istituti, che tali pretese e presunte peculiarità avrebbero dovuto far sorgere?”

Un concetto privo di qualsiasi consistenza

Un fascismo eterno, come adombrato nella sua delirante ricostruzione da Umberto Eco, vale a giustificare l’esistenza di un antifascismo altrettanto imperituro. Capace di rivolgersi contro gli obiettivi polemici più disparati, tutti in grado di attagliarsi all’inafferrabile idealtipo del male assoluto.

Non rimane che concludere che l’antifascismo è un concetto privo di qualsiasi consistenza assiologica o prescrittiva, adoperato come clava ideologica per interdire moralmente e politicamente gli avversari. A questi la scelta. Accettare tale dinamica e permanere nello stato di soggezione ai diktat della sinistra, ma lasciar decidere all’avversario le regole della competizione non è mai una buona idea. Valgano su tutte le penose dichiarazioni di antifascismo estorte a esponenti del centrodestra: non pare abbiano sortito grandi risultati. Oppure assumere un atteggiamento re-attivo, che vada al di là di risposte, che molto dicono del tenore culturale e intellettuale di chi le proferisce, del tipo “sono antifascista ma anche anticomunista!” (dimenticando che in genere l’antifascista odierno, al netto di certa fascinazione verso un comunismo “dal volto umano” à la Berlinguer, è un perfetto liberale), ma che sia capace del coraggio e della visione culturale necessarie per sfidare i dogmi dominanti.

A cominciare dal campo della ricerca storiografica, ove, in aderenza alla massima orwelliana per la quale “chi controlla il passato controlla il futuro”, si registrano tenaci recrudescenze di una divulgazione militante che purtroppo può contare sulla complicità di case editrici un tempo rispettabili. Perché col nemico non si scende a compromessi. Non perché questi abbia ragione o torto. Semplicemente perché è il nemico.

Lorenzo De Rossi

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