Erevan, 23 nov – L’Antica Roma, si sa, lastricò con il marmo gran parte del mondo allora conosciuto portando – con l’aratro e con il gladio – la civiltà di Romolo, nutrendo i popoli con le arti e le leggi e dissetandoli con opere ingegneristiche destinate a durare nel tempo. È notizia di questi giorni che gli archeologi dell’Università di Münster e dell’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica di Armenia, nei pressi dell’antico monastero di Khor Virap hanno scoperto i resti di un acquedotto romano, ad arco, durante i lavori di scavo nell’antica città di Artashat-Artaxata, un tempo tra le capitali della Grande Armenia, a sud-est di Erevan.



In Armenia l’acquedotto più a oriente dell’Impero romano

Si tratta dell’acquedotto ad arco più a oriente dell’Impero romano. Lo scavo ha portato alla luce le fondamenta monumentali di un acquedotto incompleto eretto dalle truppe romane tra il 114 e il 117 d.C.. Durante questo periodo l’Impero Romano era governato dall’imperatore Traiano, noto per il suo governo filantropico, supervisionando ampi programmi di edilizia pubblica e implementando politiche di benessere. Secondo l’autore Prof. Achim Lichtenberger, dell’Istituto di archeologia classica e archeologia cristiana dell’Università di Münster, “a quel tempo, Artaxata era destinata a diventare la capitale di una provincia romana in Armenia“. L’acquedotto però rimase incompiuto a causa della morte di Traiano nel 117 d.C. e perché il suo successore, Adriano, rinunciò alla provincia dell’Armenia.

Artaxata fu teatro di una grande battaglia combattuta tra il 6 e il 9 agosto dell’8 a.C. e vide le legioni dell’Impero romano guidato da Agrippa – alleate al regno di Armenia guidato da Tigrane – contro l’impero dei Parti guidato dal generale Gotarzes. I Parti presero posizione ad Artaxata sperando che il generale Eusebes stesse per inviare loro rinforzi, ma presto Gotarzes ricevette notizia che il generale Eusebes era morto nella battaglia di Carre. Sconfortati, i Parti vennero sconfitti e molti fuggirono, lasciando sul campo il loro generale. Gli armeni subirono moltissime perdite, mentre ai Romani andò molto meglio grazie alla preparazione dell’inscalfibile formazioni legionaria. In seguito a queste sconfitte il re dei Parti, Fraate IV, raccolse un esercito e pianificò di annientare l’esercito romano ad Arbela.

Dalle fonti antiche Plutarco ci riporta che “il cartaginese Annibale, dopo che Antioco perse definitivamente la guerra con i Romani, si recò alla corte di Artassia d’Armenia, al quale diede molti utili consigli e indicazioni. Notò un luogo estremamente ben posizionato e bello ma che giaceva in desolazione. Dopo aver fatto i primi schizzi per la futura città, chiamò Artassia, gli mostrò questa zona e lo convinse a costruirla”. Da qui i Romani chiamarono Artashat, che fu capitale fino al 120 d.C., “la Cartagine armena”.

Lo studio dell’area di Artaxata

Per la prima volta è stata studiata geomagneticamente l’area intorno alla metropoli ellenistica di Artaxata nella pianura dell’Ararat, all’ombra dello storico monte oggi occupato militarmente dalla Turchia. In questa fase di lavoro, gli esperti hanno rilevato e registrato alcune anomalie. Le immagini geomagnetiche hanno rivelato una linea tratteggiata prominente, esaminata utilizzando i sondaggi. Gli archeologi hanno dettagliato i risultati in tre diverse dimensioni. Altre perforazioni hanno fornito prove di ulteriori pilastri dell’acquedotto incompiuti o distrutti.

“Abbiamo utilizzato immagini satellitari e immagini a infrarossi di un drone per visualizzare l’andamento dei pilastri dell’acquedotto”, ha affermato il dottor Mkrtich Zardaryan, dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia presso l’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica di Armenia. “Abbiamo ricostruito il tracciato previsto dell’acquedotto mediante un’analisi computerizzata del percorso tra le possibili sorgenti dell’acqua e la sua destinazione. Un’analisi scientifica della malta di calce utilizzata ha dimostrato che si trattava di una tipica ricetta romana”.

Il segno di Roma

Dalle sue radici pagane hetaneiste, ittite, persiane e ellenistiche, fino a quelle paleopaleocristiane, si sa che l’Armenia è una terra ricchissima di storia e cultura. Da oggi però, con questa straordinaria scoperta, ancora una volta noi diretti discendenti dei Romani possiamo vantare la nostra antica impronta nella storia del Caucaso per mezzo di uno dei più alti simboli della Romanità: quegli acquedotti di pietra millenaria che permisero ai popoli indoeuropei di sopravvivere abbeverandosi alla fonte della nostra civiltà.

Andrea Bonazza 

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