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Roma, 17 mar – L’Italia unita compie oggi 160 anni. Naturalmente, se non sentite il suono delle fanfare, è più che normale. D’altra parte, perché mai Mario Draghi, il «liquidatore» della nostra industria pubblica (Cossiga dixit), dovrebbe gioire per le imprese di un Cavour, il grande stratega dell’unificazione italiana? Perché mai dovrebbero esultare le mezzecartucce del Pd, gente per cui l’«Italia» è nata il 2 giugno 1946? Che gliene frega ai padanisti delle Cinque giornate di Milano, proprio a loro che rimpiangono Radetzky? Insomma, grande è la confusione sotto il cielo di Roma, soprattutto quando si parla dell’Unità d’Italia.



Unità d’Italia, chi ha tentato di rimuovere il Risorgimento

I motivi che hanno portato e rinchiudere il Risorgimento nel cassetto sono tanti. Così come tanti sono i soggetti che hanno tentato di cancellarne la grandezza: 1) i papisti hanno descritto le nostre guerre d’indipendenza come un grande complotto massonico finalizzato a rovesciare la Santa Sede (anche se un patriota come don Ugo Bassi la pensava molto diversamente); 2) i reazionari hanno visto nel Risorgimento la vittoria della sovversione avviata dalla Rivoluzione francese (dimenticando che la nobiltà d’ancien régime, boriosa e parassitaria, era ormai nobile solo di nome); 3) i comunisti, a partire da Gramsci, ci hanno spiegato – con argomenti traballanti – che l’Unità d’Italia la fecero le piccole borghesie cittadine del Nord sulla pelle delle povere masse popolari (anche se Ciceruacchio non è che lo si ritrovasse spesso nei salotti buoni dei principi romani); 4) i borbonisti più impenitenti ancora oggi piangono per la «colonizzazione del Sud» ad opera del cattivo Piemonte, equiparando il Regno d’Italia a una sorta di Impero della bagna càuda, e descrivendo il Regno delle Due Sicilie come una specie di paradiso terrestre. Anche se Crispi (siciliano) e Pisacane (napoletano) – per tacere di tanti altri – non è che parlassero bergamasco.

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Un’Italia di giovani guerrieri

Insomma, si tratta chiaramente di versioni di parte e ultra-ideologizzate, che al massimo mettono la lente di ingrandimento su una tessera, perdendo però di vista il mosaico. Come tutte le cose terrene, il Risorgimento non fu l’opera perfetta di qualche divinità celeste: gli errori e le sviste ci furono, nessuno l’ha mai negato. Ma un dato rimane: per la prima volta dopo secoli, gli italiani avevano ripreso in mano il proprio destino e avevano combattuto per la propria libertà. Erano giovani, erano rivoluzionari, erano guerrieri: Goffredo Mameli, quando scrisse «siam pronti alla morte, l’Italia chiamò», quei versi li scrisse col sangue.

Riposta la penna nel calamaio, infatti, Mameli cadde combattendo per difendere la Repubblica romana dai baciapile francesi. Aveva 21 anni. Emilio Bandiera ne aveva 25. I figli di Garibaldi portavano il nome di giovani patrioti caduti sul campo dell’onore. Mazzini, il profeta della nuova Italia, morì solo e braccato. Ognuno di loro pagò in prima persona per aver evocato, bramato e infine compiuto la «rivoluzione italiana». E se oggi possiamo riconoscerci e abbracciarci nel tricolore, lo dobbiamo anche a loro. Giù il cappello.

Valerio Benedetti

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