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Roma, 26 lug – L’incredibile lavoro che il fotoreporter specializzato in zone di guerra Alberto Alpozzi sta facendo sulla ricostruzione, documentata in maniera quasi maniacale, della storia coloniale italiana si arricchisce di un altro pezzo.



Bugie coloniali, il libro chiarificatore di Alberto Alpozzi

Esce in questi giorni per Eclettica il libro Bugie Coloniali il cui sottotitolo, Leggende, fantasie e fake news sul colonialismo italiano, è piuttosto chiarificatore. Alpozzi, infatti, prende in rassegna tutte le più diffuse dicerie della propaganda antifascista, o meglio antitaliana, sulla storia coloniale della nostra nazione e le confuta con precisione chirurgica, illuminando con prove storiche un periodo che la storiografia ufficiale vorrebbe sempre più oscuro e meno conosciuto. E lo fa riportando documenti che “casualmente” non vengono mai citati dalla storiografia mainstream: decreti, articoli, contratti di lavoro, dati Istat, documenti pubblici e tutta una serie di numeri oggettivi e ufficiali che invece vengono sempre “dimenticati” per far posto solamente ai racconti postbellici e agli articoli della propaganda antiregime che vengono “inspiegabilmente” usati come unica fonte.

Uno degli ultimi capitoli, fonti parziali per costruire una narrativa di comodo, indica con chiarezza come una certa storiografia (tra i cui esponenti spicca Angelo del Boca) abbia scientemente deciso di eliminare tutta una serie di documenti, che solitamente verrebbero ritenuti tra i più importanti per ricostruire un periodo storico, e di usare solamente quelli che contribuiscono a creare una particolare narrativa di parte. Insomma, “se non provi quello che voglio dire io, allora non conti”. Nel libro vengono analizzati un po’ tutti gli aspetti più “famosi” della propaganda sul colonialismo.

Un meticoloso lavoro di ricerca

Leggendari eccidi di cui non esistono prove se non racconti fatti quasi cento anni dopo, il più famoso dei quali è forse il cosiddetto eccidio del canale delle vedove, in cui sarebbero stati usati corpi di sudditi somali per fermare le inondazioni (cit) e di cui non viene indicato né l’anno, né il numero di morti né una prova o anche solo un indizio; le condizioni di lavoro nelle colonie, che per la propaganda variano dal lavoro coatto al lavoro sottopagato, mentre i dati e i documenti provano come il lavoro fosse stipendiato con un salario del tutto simile a quello dei corrispettivi impieghi in Italia; le leggi sul madamato che non furono un’invenzione “razzista” del Fascismo ma l’evoluzione di leggi già esistenti in Italia e che comunque non differivano affatto dalle omologhe leggi di altri stati coloniali; la vulgata per cui pagheremmo ancora le accise della guerra di Etiopia, ovviamente falsa anche questa; le leggende sulla cristianizzazione forzata nelle colonie e lo sradicamento delle culture locali, smentite con estrema semplicità documenti alla mano; e soprattutto gli aspetti che già erano stati evidenziati nei precedenti libri di Alpozzi, Il Faro di Mussolini e Dubat, riguardo lo “sfruttamento” delle colonie e il rapporto con la popolazione locale. Per usare le parole in quarta di copertina, “per le bugie è sufficiente una parola ma per la verità occorrono le prove. Una sola pagina di questo testo, fonti e documenti alla mano, annulla decenni di retorica fabbricata ideologicamente sulla storia coloniale italiana”.

Carlomanno Adinolfi

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