Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Albert Camus



Milano, 19 nov – La solitudine accompagna l’irrequieto vento del Mediterraneo. Isolati con uno sguardo privilegiato sul mondo. Così come lo è stato un giovane portiere, di calcio s’intende, che a 17 anni ha dovuto abbandonare il campo per colpa della tubercolosi. Tubercolosi che lo accompagnerà per tutta la vita, anche nel 1957 quando riceverà il Premio Nobel per la letteratura, anche nel 1960 quando a 46 anni incontrerà la morte, a bordo di una Facel Vega FV3B, in un tragico incidente stradale insieme all’amico editore, che era alla guida, Michel Gallimard.

Albert Camus, l’estremo difensore d’Europa

Albert Camus è stato innanzitutto estremo difensore. “Tutti i continenti si rovesceranno sulla vecchia Europa. Sono centinaia di milioni. Hanno fame e non temono la morte. Noi, non sappiamo più morire né uccidere. Bisognerebbe predicare, ma l’Europa non crede in niente”. Parole di un pensatore capace di riconoscere la patria solo nel momento della disfatta, solo nel momento della dipartita. In esilio costante dalla sua Algeria, dalla sua Francia, dal suo Occidente.

Numero uno che, ricordando Umberto Saba, “su e giù cammina come sentinella. Il pericolo lontano è ancora, ma se in un nembo s’avvicina oh allora una giovane fiera s’accovaccia e all’erta spia”. Vedetta dell’Europa che venne dopo il 1945. Inebriato dal rumore e dall’odore del Mare Nostrum che conduce dall’Algeria alle pendici del Vecchio Mondo. Nelle sue pagine Marcello Veneziani riconosce “il sapore mediterraneo dell’anisette che diventa pastis in Provenza, arak in Medio Oriente, ouzo in Grecia, raki in Turchia, sambuca e mistrà in Italia e il mitico assenzio che ubriacò la letteratura maledetta, l’incanto del mare, la solitudine come sete d’eternità, gli dei che ‘parlano del sole e nell’odore degli assenzi’”.

Per non perdere la propria dimensione

Nelle righe de La peste dove “i singolari avvenimenti” trovano il loro corso “nel 194… a Orano” (paese della prefettura francese della costa algerina) disegna il gesuita Padre Paneloux che tratteggia la pestilenza come una piaga divina. “Dio non è tiepido, questi rari rapporti non bastavano al suo divorante affetto. Vi voleva vedere più a lungo; è la sua maniera di amarvi e, a dir la verità, è la sola maniera di amare. E per questo, stanco di aspettare la vostra venuta, ha lasciato che il flagello vi visitasse come ha visitato tutte le città del peccato da che gli uomini hanno storia”. Laddove l’uomo giunge alla sfarzosità della materia l’unica strada per non perdere la propria dimensione rimane quella, ostinata e contraria, indirizzata verso l’essenziale.

Alla ricerca del coraggio Camus indaga sugli uomini capaci, sempre tra i fogli de La peste, di grandi azioni, eppure l’essere umano “se non è capace d’un grande sentimento, non m’interessa”. Diffidando dell’eroismo ritenuto facile ed omicida, tutto quello che richiama la sua attenzione “è che si viva e che si muoia di quello che si ama”. Nell’amore seppe tenersi lontano dalle trappole di Simone de Beauvoir, legata al doppio filo di Jean-Paul Sartre. Nella sua biografia, redatta da Virgil Tanase, Camus incontrò i “disgustosi” giochi erotici della scrittrice e femminista che circuiva giovani liceali per attirarle nella propria alcova. Davanti a questo carnaio della carne l’autore asseriva che “la sessualità sfrenata porta a una filosofia dell’insignificanza del mondo. La castità, al contrario, rende al mondo il suo senso”. E dove tutto è pornografia nulla è sesso, ma solo una sensazione continua d’eccitamento incapace di trovare sfogo. “La grande città come rimedio alla vita mondana: è ormai il solo deserto accessibile”. Taccuini (I, quaderno n. 2).

Lorenzo Cafarchio

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