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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Clint Eastwood



Roma, 16 lug – “L’era politicamente corretta in cui ci troviamo non sta facendo bene a nessuno. Sta indebolendo la società. Le persone non dovrebbero prendersi così seriamente. Sono fortunato di essere cresciuto in un’epoca in cui tutti scherzavano su tutto”. La cinepresa dietro queste parole è quella di Clint Eastwood. Dell’attore, registra, produttore e compositore, che lo scorso 31 maggio ha compiuto 91 anni, si è scritto e detto tutto.

Black Brain

L’eroe del western all’italiana ha attraversato l’epopea su celluloide statunitense. “Avevo bisogno più di una maschera che di un attore, ad Eastwood a quell’epoca aveva solo due espressioni: con il cappello e senza cappello”, disse di lui Sergio Leone. Eppure lui i western non voleva farli. In una notte insonne, dopo le insistenze del suo agente, mise le mani su un copione che gli cambiò l’esistenza. Fu così che il cineasta romano, Leone, lo trasformò nel Joe di Per un pugno di dollari, pellicola ispirata a La sfida del samurai di Akira Kurosawa.

Clint Eastwood e la lotta dell’uomo con il progresso

Perché per capire l’America profonda, quella che fino a pochi mesi fa era incarnata da Donald Trump, quella bianca come il sole dei vinti, chiamando in causa Dominique Venner, bisogna spingersi ai limiti della frontiera. Nel 1984 Eastwood, durante un’intervista, fotografò la lotta dell’uomo con il progresso. “Forse mi si può accusare di essere vecchio stampo, di sognare un’era in cui le cose erano più semplici, più ovvie e più oneste. Il potere della burocrazia continua crescente mentre il pianeta si restringe e i problemi della società diventano sempre più complicati. Ho paura che l’indipendenza individuale stia diventando un sogno obsoleto”. Legati al cordone ombelicale della Grande Sorella non cerchiamo più la responsabilità dell’affermazione del nostro io, all’interno della comunità collegati a doppio filo con il noi, limitandoci alla zona di conforto che avvilisce e inibisce lo spirito.

Nel 2019 il suo ultimo contributo da regista. Sullo schermo ha portato Richard Jewell la storia di un forgotten man che nel 1996, mentre lavorava come sicurezza alle Olimpiadi di Atlanta, salvò migliaia di persone dando l’allarme dopo aver rinvenuto uno zaino, con all’interno esplosivo, lasciato al Centennial Olympic Park. “Nelle mani di Clint Eastwood, questa vicenda realmente accaduta è diventata uno dei film più potenti del decennio. Soprattutto, però, Richard Jewell è un meraviglioso film politico. Intendiamoci: di politica, nella pellicola, non si parla nemmeno un secondo. Ma proprio qui sta la grandezza di Eastwood: riesce a veicolare contenuti potentissimi pure tenendosi alla larga dell’impegno”. Questo lo scatto giornalistico di Francesco Borgonovo all’indomani dell’uscita della pellicola. Oltretutto il film è stato girato, interamente, in Georgia nonostante i vip liberal a stelle e strisce avessero emesso, all’epoca, il loro editto bulgaro contro lo Stato del sud.

Il richiamo delle radici

Giampiero Mughini ha una sfrenata passione per Eastwood e nel suo, intenso quanto apollineo, Nuovo dizionario sentimentale racconta del lungometraggio, interpretato e diretto dal nostro eroe su cellulosa, Gran Torino. “Esattamente come accade al Walt Kovalski di Gran Torino, cui toccò la responsabilità di proteggere dai prepotenti quella brava gente che erano i suoi vicini di casa”. Una cronaca che alimenta il mito statunitense, una vicenda che è il racconto degli sconfitti della fine della storia per chiamare in causa Francis Fukuyama. Del resto solo le responsabilità ci salveranno, così come “le leggi che ognuno di noi si dà, la parola data, l’onore dei piccoli quanto accurati gesti che pure distinguono ogni uomo da tutti gli altri, la nobiltà del silenzio rispetto alla volgarità andante”, ancora Mughini. Perché alla fine quando il sipario cala e le luci si affievoliscono c’è altro che conta oltre le proprie radici?

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Lorenzo Cafarchio

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