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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Emil Cioran



Milano, 8 apr – Seduto sulla metropolitana nel marzo del 2011 sfogliavo distrattamente Libero Quotidiano quando la mia attenzione venne rapita da un articolo che recitava, come titolo, “Quando Cioran giocava a calcio coi teschi“. Gabriel Liiceanu, filosofo romeno e penna dell’articolo, guidava il lettore nell’esistenza dell’intellettuale senza patria. Il bambino Emil-Michel Cioran coltivava un’amicizia particolare, quella con il becchino del cimitero di Rășinari. E lì nel dormitorio dell’eternità giocava, per l’appunto, al fotbal con i teschi intrattenendo frequentazioni con cadaveri e scheletri. “Siamo tutti in fondo a un inferno, dove ogni attimo è un miracolo”. Vita che brucia al sole dell’esistenza. Già dall’infanzia l’apolide della letteratura, come Giacomo Leopardi suo “fratello d’elezione”, ha assaggiato l’abisso.

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Cioran, nel vuoto dell’esistenza

La madre rimpiangeva di non aver abortito un angosciato come lui, mentre il padre-pope discettava pregherie al desco familiare e il giovane Emil scappava in bagno. Ossessionato dall’oblio, ossessionato dalla bicicletta. Pedalava alla ricerca dello sfinimento fisico, tra il 1937 e il 1940 arrivò a percorrere 100 chilometri al giorno su un ferro vecchio da corsa. In Francia, terra che dal 1937 lo ospitò fino alla morte avvenuta nel 1995, al Café de Flore aveva come vicino di tavolino Sartre, nel mentre pronunciava l’innocente bugia di aver frequentato la Sorbona e con le sembianze di uno straccione si intrufolava alle cene di gala della Parigi bene. Ma è a Talamanca, nel suo taccuino, che regalava il meglio, perché “essendo tutto l’anno in vacanza, quando arrivano le vacanze vere e proprie mi rendo conto più che mai del vuoto in cui vivo“. Vuoto “al quadrato, di cui si è coscienti in ogni momento, il vuoto ufficiale della mia esistenza”.

La fortuna di essere cinico

Cioran, come ricordava Marcello Veneziani, “rimosse il suo passato romeno anche per far dimenticare i suoi peccati di gioventù (aveva simpatizzato per le Guardie di ferro di Codreanu)“. Eppure non risparmiò i vincitori della Seconda Guerra Mondiale. “Alla fine dell’ultima guerra tutti assomigliavano a Hitler”, nelle pagine infiammate dei Quaderni 1957-1972, “nessuno di loro”, maledetti siano i vittoriosi, “ha l’autorità morale per parlare in nome del Bene”. Nell’epoca del Me Too le femministe chiederebbero il teschio dell’aforista perché arrivò a definire le donne “amabili nullità”. Eppure all’alba dei settant’anni, dimostrando che il suo animo possedeva punte di dolcezza, intrattenne con la giovane teutonica Friedgard Thoma un amore platonico sibilante come il fischio armonioso del vento. Lei fece il primo passo scrivendo a Cioran dopo aver letto alcuni suoi scritti. “La fortuna d’essere cinico mi ha abbandonato, da che l’ho conosciuta“, romanticismo nostalgico quello di Emil che si perde nelle righe delle poesie di Percy Bysshe Shelley. La vita amata ardentemente eppure “trovata assurda. Adesso la trovo assolutamente assurda senza di Lei. Avrei voluto aggiungere qualcosa di spiritoso, ma non ne ho la forza”. I due si incontravano perdendosi tra Parigi, Colonia, i musei e le interminabili passeggiate nei Giardini del Lussemburgo, come ricordava Alessandro Gnocchi in un appassionato articolo di qualche anno fa su Il Giornale.

In contrasto con la sua figura di “squartatore misericordioso”, come lo definì il poeta torinese Guido Ceronetti fotografandolo in un epitaffio che profumava d’eternità, Cioran ha guidato l’animo umano alle radici dei sillogismi dell’amarezza, laddove i parvenu dello Spirito hanno perso la via vantandosene.

Lorenzo Cafarchio

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