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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Luigi Ferraris



Roma, 6 mag – “La guerra durerà a lungo, ma vinceremo! La Patria dovrà essere sempre forte d’animo e fiduciosa dei gloriosi destini a Lei dovuti!”. Chiudi gli occhi e riaprili accecato dalla luce di Genova. Siamo esattamente nel quartiere Marassi, palazzoni ed una scalinata dipinta di rossoblù nelle adiacenze della Gradinata Nord, dall’altra una scalinata colorata di blucerchiato che si perde tra le mura nascoste sul retro della Gradinata Sud. Genoa e Sampdoria i due volti de La Superba. Il padre e il cerimoniere di tutte le domeniche in riva al rettangolo verde più british d’Italia è Luigi Ferraris.

Black Brain

Fiorentino di nascita ha legato il suo nome alla sponda genoana del Mar Ligure, ma soprattutto ha donato la sua vita all’Italia trovando la morte il 23 agosto 1915 alle ore 9:45 durante la Prima Guerra Mondiale. Uno Shrapnel, proiettile di artiglieria lanciato verso di lui, spezzò la sua giovane vita, classe 1887, durante una missione in Val Posina. “La guerra durerà a lungo”, il suo monito di dovizia verso l’Italia. “Ma vinceremo”, la speranza dei giovani forgiati nelle tempeste d’acciaio all’ombra di Ernst Jünger.

Luigi Ferraris, il dono di un uomo immenso

Luigi Ferraris non ha donato solo la sua esistenza alla Nazione, ma è anche diventato il 1° gennaio 1933 il nome dello stadio di Genova. Uno degli aspetti più significativi risiede nel fatto che sotto la Gradinata Nord, casa degli ultras genoani, è stata sotterrata la sua Medaglia d’argento al Valor Militare. Proprio sotto la porta. Proprio dove oggi Mattia Perin incrocia, a distanza di 88 anni, i suoi guantoni contro gli attaccanti d’Italia. Ferraris contribuì alla vittoria del campionato di Seconda Categoria, nel 1904 in quella che potrebbe essere definita una Serie B, prima della Serie B, sconfiggendo la squadra riserve della Juventus con un perentorio 4-0. Dall’alto del suo 1,90 m, barba folta e rigorosamente curata, era ammantato da uno “sguardo fermo e attento” capace di “confermare l’animo coraggioso del calciatore”, così come descritto da Tommaso Lunardi in un vecchio articolo del Primato Nazionale.

“La pazzia cammina col mare”, ripeteva un altro immenso del calcio genoano Franco Scoglio, allenatore siculo andato avanti rispettando una sua auto-profezia. “Morirò parlando del Genoa”. Ed è così che un toscano in terra ligure trovò l’eternità. Appena partito per il fronte, inquadrato nel reggimento di artiglieria, scrisse una lettera commovente indirizzata al padre parlando dei suoi commilitoni. Uomini meravigliosi pronti “a vivere per giorni interi sotto l’acqua, dormendo su giacigli di paglia fradicia, lavorando come bestie a tirare sui pezzi”. L’eternità riverbera nelle parole e nelle gesta del centrocampista che ha dipinto le stagioni del pallone nelle due sponde di Genova.

Sventola ancora

L’eternità che ritorna come nell’interventismo di Filippo Corridoni e in quello di Benito Mussolini. Il pallone, quello di cuoio marrone, non ha smesso di rotolare. Sospinto dal patriottismo di chi sotto la maglia rossoblù aveva dipinto il vessillo tricolore. “Tutto ciò che è umano non è, in complesso, degno di esser preso molto sul serio”, così scrisse Nietzsche protetto dalla Lanterna. Eppure nulla è più umano e caldo, colorato dai colori tipici dell’anima latina, dell’uomo che dona il proprio corpo, il proprio animo verso l’assoluto. Per l’Italia. Sventola ancora Ferraris, la sua medaglia al Valor Militare è sepolta dentro lo spirito senza tempo del dio pallone.

Lorenzo Cafarchio

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