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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Marcantonio Bragadin



Roma, 6 ott – «Il giorno di ferragosto, festa dell’Assunta del 1571, Bragadin venne preso e trascinato nel ludibrio per tutte le mura della città, fino al fossato. Poi, più morto che vivo, fu portato sulla galea capitana; legato a un pezzo di legno e issato sul pennone, con i turchi che gli urlavano di avvisarli se vedeva arrivare la flotta cristiana. Quando ne ebbero abbastanza lo portarono di nuovo in piazza. Qui, fu completamente denudato e legato saldamente a una colonna. Sotto lo sguardo di Mustafà Pascià – che assisteva dal loggiato di quel ch’era stato il Palazzo del Provveditore – un aguzzino cominciò a levargli la pelle partendo dalla schiena e poi lungo tutto il corpo finché, apertogli il ventre, Bragadin spirò». Così Fabio Ragno nel suo nuovo romanzo Lazarus e la battaglia di Lepanto ci racconta il martirio di Marcantonio Bragadin.

Lepanto, 450 anni fa

Un uomo eroico, integro, capace di immolare se stesso pur di difendere fino all’ultimo il baluardo di Famagosta, di cui era Governatore. Siamo nel Cinquecento e nel Mediterraneo imperversa la guerra tra Venezia e i Turchi che culminerà nella battaglia di Lepanto. Di cui, il 7 ottobre di quest’anno ricorre il 450° anniversario.

Uno degli uomini protagonisti di quella guerra, fu proprio Marcantonio Bragadin. Nato a Venezia il 21 aprile 1523 da Marco di Giovanni Alvise e da Adriana figlia di Giovanni Bembo; in una famiglia patrizia di media condizione, si dedicò ben presto alla carriera marinara. Diventando, nel 1569 capitano del regno di Cipro e successivamente governatore di Famagosta. Nel 1570 la guerra tra l’Impero Ottomano e Venezia era ormai giunta al punto di rottura. Teatro dello scontro erano i possedimenti della serenissima nel Mediterraneo come Candia. La capitale di Cipro, Nicosia, cadde sotto la mano turca, con l’uccisione del governatore Nicolò Dandolo dopo due mesi d’assedio. Ma Famagosta resistette per 11 mesi sotto la guida eroica di Bragadin.

«Bragadin intanto, che non si capacitava del perché i rinforzi non fossero ancora arrivati, lanciò un ultimo appello alla Signoria, facendo presente che se la fortezza non fosse stata presto soccorsa, sarebbe stato obbligato ad arrendersi. La gente era arrivata alla disperazione, e lo supplicava perché venisse negoziata la resa. Bragadin fece invece celebrare una Messa e poi, salito sull’altare, con gli occhi pieni di lacrime, ringraziò tutti della fedeltà che avevano dimostrato e li supplicò di non sentirsi abbandonati perché i soccorsi non avrebbero tardato ad arrivare».

I saccheggi dei turchi

Ridotti allo stremo, dopo quasi un anno di resistenza, senza più armi né viveri, decisero infine di trattare con i turchi la resa della città e in particolare con Mustafà Pascià, a patto che salvasse la vita agli abitanti dell’isola. Ma i turchi, dapprima concordi con quelle condizioni, al momento in cui il governatore veneziano consegnò loro le chiavi della città, iniziarono ad accusare Bragadin di averli ingannati, di aver consegnato una città ormai poverissima.

«Lo chiamò cane e, col coltello che teneva in mano, gli staccò un orecchio e gli fece mozzare l’altro da un soldato. Poi, urlando come un pazzo, ordinò che fossero passati a fil di spada tutti quelli che si trovavano lì. La soldataglia turca, come se avesse un ricevuto un segnale, si scatenò. In migliaia entrarono in città e iniziarono a saccheggiare, uccidere e stuprare. Altri andarono a prendere gli italiani che si erano già imbarcati, divisero le donne dagli uomini e di questi scelsero i più validi per metterli al remo delle galee». Eppure quello non era che l’inizio del martirio.

Lorenzo Cafarchio



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2 Commenti

  1. Più che italiani erano veneti, un Popolo mai domato nemmeno in questi 75 anni di mafia repubblicana, da tener conto che chi istillò i turcomanni,a muover guerra, furono ebrei veneziani, che erano stati accolti dopo esser stati cacciati dai territori spagnoli e portoghesi e accolti in quello che erano le antiche fornaci dell’Arsenal nel Sestier di Cannaregio, luogo che prese il nome da getto di fusione che nella lingua venete si dice “gheto” , quindi nella solita mistificazione delle storia il “gheto” non fu mai luogo di discriminazione ma di accoglienza cristiana, e dai genovesi, questo fatto la dice lunga perché non ci sentiamo italiani, ma un popolo occupato.

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