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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Nicola Bombacci



Roma, 13 mag – Lo scempio spesso non ha limiti. Lo scempio può tramutarsi in una “macelleria messicana”, per stessa ammissione del capo partigiano Ferruccio Parri, davanti al macabro scenario, rivoltante, di Piazzale Loreto. Lo scempio spesso ha i contorni di chi dimentica, di chi non riconosce il vero volto del rivoluzionario. Nicola Bombacci era lì, o meglio il suo corpo esanime, affianco a Benito Mussolini. Un “vitello appeso” (come ha ricordato il poeta statunitense Ezra Pound), uno dei fondatori del Partito comunista d’Italia. Lì per chiudere il cerchio da socialisti prima, avversari dopo, affratellati infine.

Nicola Bombacci, que viva il socialismo

Il giorno prima, il 28 aprile 1945, trovò la morte fucilato dai liberatori. “Bombacci grida, secondo Codara, ‘viva il socialismo, viva Mussolini’”, così ricorda Fabrizio Vincenti nel commovente finale di A sognare la Repubblica (Eclettica). Il corpo esamine viene gettato su “un autobus della morte” che raccoglie i “cadaveri eccellenti, quelli del Duce e di Claretta”. Buttati come pacchi. Per un’ultima volta, ancora una volta, fianco al fianco Benito e Nicola. Nicola e Benito. La morte ha atteso il loro passaggio, mentre le iene ridono, eppure non appassisce il fiore di chi, alla luce degli ideali, ha illuminato l’obito.

La storia ama scherzare, per questo la vicenda di Bombacci ha incendiato l’animo degli idealisti d’Italia. Nel 1919, mentre Benito Mussolini fondava i Fasci italiani di combattimento, Nicola Bombacci veniva eletto guida del Partito socialista italiano, fino al 25 febbraio 1920. Capo della corrente massimalista, “somigliava non solo fisicamente a Che Guevara e ricordava Garibaldi”, come ha sottolineato Marcello Veneziani. Animo inquieto, forse confusionario, come solo gli animi candidi e completamenti devoti a qualcosa di più grande ed astratto sanno essere. Quando, durante l’assemblea di Livorno tra il 15 e il 21 gennaio 1921, nacque il Pcd’I Mussolini, in maniera sprezzante, disse: “Li conosco i comunisti, sono figli miei”. E forse lo era anche Nicolino, nonostante i quattro anni in più del futuro Duce.

Rivoluzionario, fino all’ultimo

Per Renzo De Felice Mussolini ha incarnato in tutto e per tutto lo spirito milanese della politica italiana. Spirto che, dall’Unità d’Italia ad oggi, ha fatto da dinamo e innesco delle rivoluzioni tricolori. Mentre Nicola ha incarnato l’animo romagnolo più autentico. Massimalista-comunista-corporativista integrale. Non una contraddizione, ma un fil rouge che si immerge nell’immenso e rosso Fascismo, per fare il verso a Brasillach e ad un celebre testo di Giano Accame. Brucia ancora nelle vene la vita-monito di Nicola Bombacci. Sconvolgimento come nelle parole di Auguste Blanqui. “Una rivoluzione”, che divampa nel vento, “improvvisa in un giorno più idee di quante trent’anni di veglia non siano in grado di cavare dal cervello di mille pensatori”. Pronipoti di un universo infinito incapace di essere indivisibile, tra fratelli in armi, che hanno un solo scopo: il rinnovamento del giuramento tricolore.

Lorenzo Cafarchio

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