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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Robert E. Lee



Roma, 20 mag – “Robert E. Lee ha cinquantacinque anni al momento dell’assunzione del comando”. Nord contro Sud. Sud contro Nord. I poli equatoriali invertiti e ristabiliti davanti alla Secessione. Il 1861, esattamente il 12 aprile, ha segnato l’inizio dell’era moderna. L’era in cui il grande e vorticoso ombelico del mondo sono diventati gli Stati Uniti d’America. Quelli a trazione Abraham Lincoln, quelli erti sopra 618mila cadaveri. Due popoli divisi per civiltà, clima, economica, ma soprattutto tradizioni.

Robert E. Lee, quelle gesta oggi vituperate

“Nessun gusto delle comodità. Tutto in lui è subordinato alla guerra. Alla sua tavola si serve il pasto frugale della truppa”. Lee, vituperato oggi tra le ambizioni della cancel culture, ha riposto la sua esistenza tra le braccia dell’etica, prettamente europea, dell’onore. Un giorno, uno di quei giorni interminabili al fronte, confidò al generale Longstreet: “E’ bene che la guerra sia così tremenda, altrimenti ci piacerebbe troppo”. Un ceppo antico d’uomo, che risponde alle logiche della tradizione, lontano dalle vanità e dall’ambizione evirata dal concetto ultimo di Nazione. Le pagine più belle su Robert Edward Lee le ha scritte Dominique Venner nel volume Il bianco sole dei vinti (Settimo Sigillo).

Il generale sudista visto da Venner

Venner, l’ultimo samurai d’occidente, ha scolpito pagine commoventi ricordando i Lee’s Miserables. I miserabili di Lee, facendo il verso a Victor Hugo e al suo Les Misérables, un popolo andato incontro al destino nefasto della sconfitta cantando una preghiera gettata verso il vento. Una preghiera del “bel vecchio tempo che non si può scordare”. Una preghiera che risponde al nome di Dixie, canto popolare sudista che indica l’etimologia degli abitanti del Sud statunitense, “dove sono nato, presto, in un mattino gelido”. Lontano dai richiami del futile immersi nella natura di cui gli uomini e le donne ne diventano custodi.

Il 7 aprile 1865, siamo sul volgere della guerra tra Nord e Sud, il generale dell’Unione, gli yankee che vengono da New York, Ulysses S. Grant chiede la resa al suo omologo sudista Lee. Lee il 9 aprile “vestito di un’uniforme nuova, cinto dalla sciabola offertagli dalla città di Richmond”, come ricorda Dominique Venner, si dirige verso le linee federali. Le pagine dello storico francese diventano solenni, come in una ballata di Chris Stapleton. L’incontro tra i due ha luogo “nel casale di Appomatox Court House, nella casa del maggiore Mac Lean”. Il contrasto tra i due è impietoso. Il generale Lee è “fasciato impeccabilmente della sua uniforma grigia, Grant fa una figura meschina nella sua divisa da militare di truppa”. L’atto di resa è firmato non prima di aver assicurato ai sudisti di potersi portare “dietro i muli e i cavalli per riprendere i lavori dei campi”. La scena diventa mistica quando al momento di risalire su Traveler, il suo corsiero, Lee poggia la testa sul “vecchio compagno d’armi. Rimane così diversi secondi, prostrato. Con uno sforzo violento, si riprende”.

Saluta Grant e torna verso i suoi uomini, verso il suo sud. I soldati vedendolo tornare gli corrono incontro. Sono attimi eterni, l’aria pesa come un macigno. “Generale, ci siamo arresi?”. Lee si ferma. Il tempo di contemplare l’avvenire. “Soldati, abbiamo combattuto insieme e ho fatto per voi quel che ho potuto. Sarete lasciati andare sulla parola e potrete tornare alle vostre case”. Una lacrima scivola sul suo volto di pietra. Le parole spariscono in un arrivederci. Il racconto di quello che è stato dipinge il Sud capace, ritornando in eterno a Venner, di vivere “ancora nel cuore degli uomini generosi”.

Lorenzo Cafarchio

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1 commento

  1. Penso che siano definitivamente cadute lì le ns. possibilità di un mondo migliore in tempi ragionevoli (sic).
    Il loro esempio e la loro bandiera non ci mancheranno mai.

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