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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Tyler Durden



Roma, 14 ott – Una pellicola che scorre, continuamente, davanti ai nostri occhi da ormai vent’anni. Una pellicola che ci riporta al nocciolo dell’uomo. Una pellicola che ci chiede “Where Is My Mind?”. Fight Club viene della natura traviata degli anni ‘90, un decennio di plastica disegnato dalla distopia del liberismo che ha invaso d’ozio e d’inganni la vita di quel decennio. La mente e la penna di Chuck Palahniuk trovano sfogo nella cinepresa disillusa e oscura di David Fincher. Era il 29 ottobre 1999 quando l’Italia conobbe Tyler Durden. Il millennium bug di una gioventù costretta a combattere senza armi, ma soprattutto senza ideali.

Tyler Durden, come tornare tra le braccia di Stirner

Durden è il ticchettio che ci riporta alla via degli uomini tratteggiata da Jack Donovan. Durden non è solo l’ammasso di frasi da baci perugina against il conformismo disegnato dal capitalismo, ma l’essenza ultima degli individui che abiurano la grande sorella. “I nostri padri per noi erano come Dio”, mentre la voce nicciana sconfina in “una generazione di uomini cresciuti da donne, mi chiedo se un’altra donna è veramente la risposta che ci serve”. Una sigaretta brucia tra le labbra dell’esistenza, le dita si stringono e rimane solo la violenza salvatrice. Una violenza riabilitativa contro i soprusi della società. Una violenza che ci riporta tra le braccia di Stirner. “Nelle mani dello Stato la forza si chiama diritto, nelle mani dell’individuo si chiama delitto”, l’era green pass davanti a noi.

Fight club e la solita sinistra

Tyler Durden ha turbato e bagnato le fantasie di fautori e detrattori del film. A pochi giorni dall’uscita nelle sale del lungometraggio Roberto Nepoti, su La Repubblica, scrisse che l’ideologia dietro a Fight Club era “estremamente ambigua; meglio: equivoca. E’ equivoco lo sguardo portato sui personaggi di Fight Club, profeti di una violenza che si vorrebbe rigeneratrice (e come tale spacciata dai protagonisti alla Mostra di Venezia, dove il film fu presentato), di un truce dandysmo tra il nichilista e il testosteronico. La ribellione contro il logorio della vita moderna è fatta di sostanza qualunquista e inclina alla violenza rigeneratrice di marca fascista”. Eterno refrain progressista, eterno refrain della castrazione. Per contro Adriano Scianca riportandoci a Nietzsche – “vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza” – ricorda come “la ribellione postmoderna passa anche per una ri-appropriazione del corpo. Attraverso il sangue ed il sudore passa la riscoperta di una nuova consapevolezza”.

La canticchiante e danzante merda del mondo

Nell’individualismo della pellicola troviamo frammenti dell’uomo che cerca nel noi e nella comunità l’affrancamento dal progresso a tutti i costi generato dal liberismo. Chiudendo gli occhi per allontanarci da una sorta di ius soli dell’anima generato da un benessere falso e farlocco. Dobbiamo tornare al dono e alla gratitudine che oggi non sono più sostenibili “dall’individuo moderno che assegna ad ogni prestazione il suo specifico prezzo”, come sottolineato da Roberto Esposito. Durden madido di sudore e con il suo sangue in bocca richiama ad una dimensione ancestrale dove, per citare Dominique Venner, “esistere è combattere ciò che mi nega”. Sullo stesso piano di Francesco Borgonovo, nel volume Conservare l’anima, afferma: “Difendere non è fermare la morte: è alimentare la vita”. Nella psicotica criminalizzazione della violenza – laddove solo il Leviatano odierno può esercitarla in ogni sua forma, arrivando fino al sopruso – che risponde al verbo del rischio zero troviamo il successo di un film che ha abbagliato almeno due generazioni di uomini. Con buona pace della star da Instagram perché infondo, sussurrando Céline, siamo “la canticchiante e danzante merda del mondo”.

Lorenzo Cafarchio



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