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knut hamsun

Milano, 19 feb – “Uscimmo sulla veranda con i bicchieri a guardare il traffico del pomeriggio[..]. Le dissi che Knut Hamsun era il più grande scrittore del mondo. Lei mi guardò, stupefatta che avessi sentito parlare di lui, poi si dichiarò d’accordo. Ci baciammo lì sulla veranda, con il puzzo degli scarichi delle macchine di sotto. Mi piaceva la sensazione di quel corpo contro il mio”. Così Charles Bukowski dichiara a suo modo l’amore per quello che tra i suoi maestri ha forse considerato il maggiore, Knut Hamsun.

Sessantatré anni fa lo scrittore norvegese abbandonava le sue spoglie mortali, con alle spalle un “curriculum” di più di venti romanzi: capolavori del calibro di “Fame”, “Pan”, “Il risveglio della Terra” -libro che gli valse il premio Nobel per la letteratura- e “Per i sentieri dove cresce l’erba”.

Cosa accomuni un autore non-allineato come Bukowski allo scrittore più rappresentativo della letteratura nordeuropea del Novecento è facile da comprendere. Dal punto di vista stilistico, così come per i temi trattati, il norvegese ha rappresentato per la cultura letteraria moderna e post-moderna ciò che Kubrick è stato per il cinema, un precursore. Fu Isaac Singer a definirlo il “padre” della letteratura moderna. Con il suo “Fame” del 1890 diede alla luce il primo di una serie di romanzi in grado di anticipare tutto: dalle terrificanti assurdità di Kafka all’esistenzialismo, fino ad arrivare alle “esplorazioni” autobiografiche dello stesso Bukowski.

Un altro grande della letteratura come John Fante, tramite il suo personaggio di maggior successo Arturo Bandini, ne scriveva in questo modo: “aprii una valigia e tirai fuori una copia di Fame di Knut Hamsun. Era un oggetto conservato gelosamente, sempre con me dal giorno che lo avevo rubato alla biblioteca di Boulder. Lo avevo letto tante di quelle volte, che potevo recitarlo…mi sedetti davanti alla macchina da scrivere e mi soffiai sulle dita. Per favore, Dio, non abbandonarmi, per favore, Knut Hamsun, non abbandonarmi”.

Una grandezza che non gli venne riconosciuta soltanto postuma: nel 1920 con “Il risveglio della Terra” -un idillio bucolico in cui traspare tutta la sua sfiducia nella modernità- vince il Nobel per la letteratura. E con queste parole accoglie il premio: “[…]Ho ricevuto onori e accumulato ricchezze in questo giorno. Io son quello che sono, ma sono travolto dal tributo che è stato pagato al mio paese, dalla forza del suo inno nazionale che ha risuonato in questa stanza un minuto fa”- e ancora – “Forse è pur vero che questa non è la prima volta che sono stato travolto. Nei giorni della mia benedetta giovinezza ci furono queste occasioni; in quale giovane vita non accade? No, gli unici giovani ai quali questo sentimento è straniero sono quei giovani conservatori che sono nati vecchi, che non conoscono il significato di essere trasportati via. Nessun destino avverso può far cadere un giovane uomo o donna, se non una prematura tendenza alla prudenza ed alla negazione.[…]”.

Eppure, ad un certo punto della Storia, Hamsun viene riposto nel dimenticatoio. In quella “prigione dell’anima” -che nel suo caso fu anche fisica- in cui sono stati via via confinati i vari Céline, Pound -autori non a caso citati da Bukowski come fonti di ispirazione- Brasillach o Drieu La Rochelle. Avvolto da quella stessa foschia che ancora oggi avvolge la sua amata Norvegia. Come gli autori citati, ebbe la “colpa” di credere ad un’idea di Europa diversa, non guidata dall’imperalismo inglese ne’ dal materialismo sovietico. Fedele servitore, fino alla fine dei suoi giorni, della grandezza e della cultura tedesca, di cui si sentiva parte integrante.

Il letterato sostenne infatti la Germania sia nella prima che nella seconda guerra mondiale, appoggiando il governo nazionalsocialista di Vidkun Quisling. La fama ed il riconoscimento spinsero addirittura Joseph Goebbels ad incontare l’autore, che si legò a lui in un rapporto di profonda amicizia ed al quale poi Hamsun regalò la medaglia ottenuta con il Nobel. Non contento, qualche tempo dopo decise di intraprendere un viaggio per poter parlare direttamente con Hitler.

Hamsun HitlerNe racconta Tor Rem – professore di letteratura inglese presso l’Università di Oslo – in un libro da poco pubblicato, per il momento sul suolo norvegese, dal titolo “Knut Hamsun: Reisen til Hitler” (“Knut Hamsun: il viaggio da Hitler”, ndr). Per Rem, Hamsun sentiva una sorta di responsabilità, come scrittore, verso il destino della Norvegia. E viceversa Hitler, come tutta l’elite nazionalsocialista, provavano grande ammirazione per il letterato. L’incontro durò in realtà soltanto 45 minuti, e si racconta che Hitler ne uscì furioso e lo scrittore in lacrime: “L’esito dell’evento” -afferma Rem- “viene spesso interpretato come il segno che Hamsun non sostenne del tutto il progetto nazista. In realtà egli tentò semplicemente di garantire la posizione di Quisling a casa”.

D’altronde, a riprova del sentimento che Hamsun provava per il furher, basterebbe ricordare le parole con cui salutò la sua dipartita: “Io non sono nessuno per parlare ad alta voce di Adolf Hitler. La sua vita e la sua opera non invitano ad una commozione sentimentale; perché egli fu un guerriero in lotta per l’umanità; un apostolo del Vangelo del Diritto di tutti i popoli. Fu un riformatore del più alto rango. La sua fatalità storica lo portò ad agire in un’epoca di brutalità mai vista, della quale alla fine fu sua vittima. Così ogni europeo occidentale dovrà ricordare Adolf Hitler. Noi che fummo i suoi seguaci, invece, chiniamo il capo di fronte alla sua scomparsa”.

Come anticipato, per il suo appoggio al reich Hamsun venne ricompensato dalla giustizia democratica con un internamento di tre anni, in cui quasi novantenne “fu costretto a girare tra manicomi e ospizi, sottoposto ad atroci soprusi da parte di carcerieri che non nutrivano soggezione alcuna per uno scrittore che pure nel 1920 era stato insignito del premio Nobel per la letteratura”, ed infine riconosciuto in possesso di “indebolite facoltà mentali”.

A dispetto di tutto ciò, fu proprio durante questa esperienza che, come rivincita nei confronti di chi lo costrinse a tanta disumanità, lo scrittore stese il suo ultimo libro “Per i sentieri dove cresce l’erba”. Ed è con le parole incise in quel suo capolavoro che vogliamo ricordarlo, parole forti e che, come direbbe Hamsun, non sono solo parlare umano, che bisogna star lì a capire: “Tacito trova che noi germani siamo bravi a morire. E i vichinghi non oscuravano certo tale fama. La nostra coscienza ancora giovane ci permette di vedere distintamente qual è in fin dei conti lo scopo della morte. Perciò non moriamo per esser morti, per diventare una cosa morta: noi moriamo per passare alla vita, moriamo alla vita, siamo parte di un progetto. Ancora Tacito ci loda perché non teniamo in gran conto le tombe. Ci tiriamo addosso un po’ di torba, per la puzza, ed è tutto. Egli ci loda inoltre perché non vogliamo grandi monumenti sulle tombe. Li sdegniamo, lui dice. Non ha fatto i conti con la nostra recente piccola, timida decadenza.

Davide Trovato

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