Roma, 4 nov – Alla fine aveva ragione la sinistra: la massa deculturata e instupidita da anni di lavaggio del cervello ci sta portando verso la tirannide. Si sbagliavano solo nell’individuazione del fattore deculturante: non sono stati Rete 4, le vallette, i balletti, la tv del pomeriggio a renderci una massa pronta a subire qualsiasi prepotenza, e anzi a reclamarla con gioia. Sono stati loro. È stata la sinistra. Non tanto e non solo il Pd, che ormai è una fredda agenzia oligarchica, collettrice spesso maldestra di interessi e istanze sovranazionali, quanto la sinistra mediatica, la sinistra social, quella che fa massa critica comunicativa e ha la potenza di fuoco di forgiare parte del discorso dominante. Ma attenzione: l’autoritarismo cui stiamo andando incontro non è un tradimento della democrazia e della Costituzione, tanto meno un «ritorno del fascismo», ma semmai un’iperdemocrazia, una democrazia impaziente, che per inseguire i suoi stessi feticci ha cominciato a guardare con sospetto ogni ostacolo procedurale, ogni finezza formale, persino ogni sottigliezza contenutistica. Vediamone alcuni, di questi feticci.



L’iperdemocrazia e i suoi feticci: la competenza

Feticcio della competenza: un po’ per compiacere i precari semicolti che esorcizzano le loro frustrazioni esistenziali correggendo i congiuntivi sui social, un po’ per venire incontro al liberalismo tecnocratico, negli ultimi anni si è fatto della competenza (competenza in base a quali parametri? A partire da quale griglia valoriale?) l’alfa e l’omega della politica. Accade così che, di fronte al super competente Draghi, qualsiasi diritto reale calpestato venga raccontato con toni lirici e qualsiasi ipotesi golpista diventi una geniale trovata dal sapore istituzionale. Giancarlo Giorgetti può così tranquillamente ipotizzare che «Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori», cioè dal Quirinale, «sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole». Ed ecco che il superamento del parlamentarismo, da incubo nostalgico, diventa un sogno di stabilità che non desta obiezioni. Anzi: su Twitter è stato l’ex direttore di Repubblica Carlo Verdelli, uno che qualche mese fa fece fermare l’Italia perché qualche matto lo insultava sui social, a twittare: «Tanti buu ma Giorgetti dice il vero: guida Draghi ovunque lo si metta, Quirinale compreso. La Costituzione dice altro? Amen, almeno finché l’Europa ci finanzierà la ripartenza e i partiti usciranno dal coma. Abbiamo il primo premier multilateral». Ed ecco un tipico caso in cui l’evoluzione autoritaria della democrazia si giustifica con gli argomenti della democrazia stessa.

Il feticcio dei diritti

Feticcio dei diritti: l’intero dibattito sul ddl Zan è stato tutto all’insegna del pensiero magico. Da un certo punto in poi, la realtà non ha avuto più alcuna importanza, gli stessi contenuti del disegno di legge sono diventati dettagli rispetto alla forza evocativa della mera parola «diritti». Un dibattito nel merito, in realtà, c’è stato e critiche al testo sono state mosse non solo da tutta la destra, frange liberali comprese, ma anche dal Vaticano e, soprattutto, da parti consistenti del mondo femminista ed Lgbt. Tali critiche sono tuttavia state affogate dal rumore di fondo dei vari Fedez, dal chiacchiericcio dei commentatori più esaltati, che a loro volta hanno aizzato schiere di adolescenti e post adolescenti privi della minima grammatica fondamentale della politica, cresciuti all’insegna di un fondamentalismo che ha come unico comandamento «non avrai altro Dio oltre ai tuoi diritti». Di fronte a questa massa dal volume di fuoco impressionante, qualsiasi discussione nel merito è naufragata e tutto il relativo dibattito è diventato una sorta di rito bacchico incentrato sull’evocazione di parole magiche e atti di disperazione drammatizzati. Orde di giovani attivisti sono stati veramente convinti che, con la bocciatura del ddl, qualcuno abbia «tolto loro i diritti», frase che appare incomprensibile anche partendo da un’eventuale apprezzamento per il testo di Zan (bocciare un decreto che inasprisce le pene per gli «omofobi» in che modo toglie diritti ai gay?). Molti hanno addirittura manifestato indignazione per il semplice fatto che sul ddl ci fosse un dibattito, una votazione, che la cosa non andasse da sé. A chi paventava rischi per la libertà di opinione di rispondeva che «l’odio non è un’opinione», che è una frase che non ha ovviamente alcun senso.

Il feticcio della sicurezza

Feticcio della sicurezza: il daspo a Stefano Puzzer, leader dei portuali ribelli di Trieste, è stato accolto con soddisfazione e ironia da parte dello stesso mondo che per l’appunto piangeva i diritti violati dalla bocciatura del ddl Zan. Siccome Puzzer sta antipatico e dice cose che stanno antipatiche, se lo Stato lo punisce in modo abnorme e ingiustificato ha ragione a prescindere (personalmente sono ben lontano dal vedere in Puzzer un punto di riferimento umano o politico, ma questo, per l’appunto, non è il cuore della questione). Del resto la pratica del daspo è stata già con successo sperimentata negli stadi, contro quegli ultras che stanno un po’ sull’anima a tutti e per i quali quindi non era beneducato battersi. Che tutti questi fatti segnino dei precedenti inquietanti, non interessa a nessuno: quelli che hanno salmodiato a ogni pie’ sospinto «Prima vennero a prendere…», ci stanno facendo capire che con quella filastrocca non stavano affermando un principio generale (difendi anche le libertà di chi ti sta antipatico, perché in questo modo difendi anche te stesso), ma stavano letteralmente preoccupandosi per quelle specifiche categorie citate: se vengono a prendere comunisti, zingari etc c’è da preoccuparsi, tutti gli altri li deportino pure.

Il feticcio dell’antifascismo

Feticcio dell’antifascismo: il primo è più importante feticcio è ovviamente questo, ciò che regge l’intera impalcatura istituzionale e morale dello spirito del tempo. Altro che «nazipass», altro che «Draghi come Mussolini». Di fatto, a ben vedere, il primo vero precedente del green pass – una certificazione che conculca alcuni diritti reali a persone che non hanno violato alcuna legge – lo si può ritrovare nelle varie «dichiarazioni di antifascismo» richieste nei comuni a guida dem. Come se la piena cittadinanza non derivasse dalla legge, ma un sovrappiù ideologico. Ma la cosa, benché contraria a qualsiasi principio del diritto, e anche alle leggi vigenti, non ha suscitato critiche, perché la sostanza (la lotta al fascismo) rende vana ogni questione di forma. E, allo stesso modo, una astratta, quasi metafisica forma di tutela sanitaria dal Covid rende plausibile ogni abuso. E quando Facebook censura Cpi o, su un altro livello, Trump, la gran parte dei commentatori – o quanto meno quelli che fanno massa critica, come si diceva sopra – non si pone minimamente il problema di cosa questo significhi in termini strutturali, giuridici, etici, politici. Tutto viene ricondotto ad altre parole feticcio, ad esempio «odio». E come si fa a non essere contro l’odio?

Un blob informe

E così via. Anni di retorica democratica hanno disabituato le menti, soprattutto quelle più giovani e influenzabili, al pensiero critico, al ragionamento d’insieme, a leggere la profondità storica dei fatti, a qualsiasi congettura che non fosse meramente soggettiva. Si è così creato un blob informe che sta fagocitando la democrazia stessa. Ma quello che poi ci risputerà non sarà affatto il fascismo, che non c’entra nulla e che resta il «totalmente altro» rispetto a questo mondo. Al contrario, ci ritroveremo con una forma di iperdemocrazia feroce, tecnocratica, poliziesca, ma sempre tanto, tanto buona.

Adriano Scianca

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4 Commenti

  1. Non sono convinto che è definibile “iperdemocrazia”, ma è comunque un “iper” parecchio greve e grave.

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