Roma, 8 lug – C’era una volta la cittadinanza, concetto che affonda le sue radici nell’antica Roma. Il “civis romanum” era l’appartenente della “civitas” che portava su di sé l’onore e l’onere della vita politica e militare. Poteva quindi eleggere od essere eletto, e giurava di difendere con le armi l’Urbe. Nasce quindi come status di appartenenza ad una comunità biologico culturale, avente coscienza di sé e destino comune.

Il concetto, rimasto carsicamente sepolto nelle increspature della storia, tornò prepotentemente alla ribalta con la Rivoluzione Francese del 1789, quando il governo rivoluzionario sostituì al suddito il cittadino, e introdusse per la prima volta la coscrizione obbligatoria nell’esercito. Il cittadino dunque, per lo meno a livello formale, tornò ad essere custode e difensore. Custode perché idoneo alla vita politica attiva e passiva, difensore perché disposto a dare la vita per la nazione.

Il concetto moderno di cittadinanza, quindi, è legato in maniera indissolubile alla suprema entità giuridica ed etica di un popolo che si fa nazione, lo Stato. Il quale, nell’odierna epoca della dissoluzione, viene sistematicamente vituperato diffamato e scientemente destrutturato, reo di essere genesi di ogni negatività. Stato che si vuole superato, in nome dell’unione europea, della globalizzazione e dell’assenza di frontiere, tendenze che vengono sempre delineate come naturalisticamente determinate, quasi fossero eclissi di sole a cui noi comuni mortali non potessimo che rimanere passivi spettatori, negandone quindi il carattere di fenomeni antropici, come tali soggetti alla volontà e alla capacità umane. Gli stessi fenomeni sembrano racchiudere, in una sulfurea “coppia di fatto”, logiche economicistiche di libera circolazione dei fattori produttivi, uomini capitali e merci, ed echi di internazionalismo proletarista degenerante in cosmopolitismo ingenuo e superficiale. Tutti insieme appassionatamente contro i popoli e gli stati nazionali, quando si dice eterogenesi dei fini.

Ius sanguinis e ius soli

Nel corso dell’età contemporanea, soprattutto in Europa ma non solo, si formarono stati nazionali la cui base legittimante era la nazione, intesa come comunità organica con coscienza di sé, volontà politica, e peculiarità indentificanti: storia, razza, terra, cultura, lingua, religione, tradizioni. Discende chiaramente da ciò, che quanto più vi fosse stata omogeneità tra le varie caratteristiche, tanto più la nazione sarebbe stata solida e riconoscente a vicenda uno nell’altro come facente parte della medesima collettività, che vive e conduce storicamente la propria esistenza in dato territorio, la “Patria”, terra dei propri padri. Proprio per via delle premesse di cui sopra, l’onore di essere parte di questa comunità di popolo, la cittadinanza appunto, era ed è trasmesso ai propri discendenti per linea di sangue, “ius sanguinis” appunto.

Esiste tuttavia anche un altro criterio di trasmissione della cittadinanza, lo “ius soli”. Che prevede, nella sua accezione classica, l’automatica cittadinanza per una qualsiasi persona, anche straniera, che nasca nel territorio di un dato Stato. Questa norma è minoritaria a livello mondiale, essendo praticata infatti in soli 33 stati, soprattutto situati nel continente americano, con gli USA a fare da capofila. Alcuni altri, circa una trentina, possiedono uno “ius soli temperato”, che rappresenta una posizione intermedia, e tra queste, in Europa, vi sono solo Francia, Regno Unito e Germania. Se volessimo però tracciare un quadro di tendenza a livello globale, negli ultimi decenni si è via via ridotto il numero di stati che adotta lo “ius soli”, con buona pace degli odiatori della propria nazione che hanno la velleità di scandire l’agenda d’Italia sulla base del “così fan tutti”. Per coloro che invece continuano a fare indebiti confronti con gli stati che possiedono lo ius soli classico, decantandone lodi e (presunti) risultati ottenuti, ci permettiamo di far sommessamente notare che quelle lande del nuovo mondo sono state tutte più o meno caratterizzate storicamente da queste fasi: presenza di territori immensi, arrivo di popolazione allogene caucasiche, sterminio degli abitanti autoctoni, bassissime densità di popolazione, richiesta manodopera per attività economiche intensive, cittadinanza come incentivo. Se volessimo fare confronti con l’Italia, alla luce della nostra densità di popolazione ed economia, dovremo per prima cosa essere sterminati per liberare spazio e potenzialità. A onor del vero ciò sta avvenendo purtroppo per mano nostra, ma questa è un’altra storia.

Il caso italiano: demografia e immigrazione

Ma perché in Italia la modifica della legge sullo ius sanguinis sarebbe l’accelerazione di suicidio e fornirebbe legittimità giuridica alla sostituzione di popolo?

Anche in questo caso dobbiamo rifarci all’analisi del prima, dell’oggi, e del domani. Come abbiamo esposto, lo stato nazionale si fonda sul concetto di popolo, e la cittadinanza ne rappresenta lo status giuridico per diventarne parte politica e militare attiva. Ovviamente la funzione dello Stato, è quella di farsi difensore e propugnatore dell’interesse della nazione, salvaguardandone, tutelandone ed elevandone l’identità, l’indipendenza, lo spirito, la prosperità, lo sviluppo, la salute, la cultura, i rapporti con le altre nazioni. Uno degli obiettivi più basilari è rappresentato dalla condizione di esistenza presente e futura, che si traduce in una piramide demografica triangolare, in cui la base, formata dalle nuove generazioni, sia necessariamente maggiore del vertice, formato dalle fasce più anziane. Uno stato che non se ne occupi, o non riesca, o peggio non voglia, sarà, sic et simpliciter, uno stato destinato all’estinzione biologica. Crediamo che il problema demografico del nostro popolo sia sotto gli occhi di tutti, e non sarà questa la sede per analizzarne le cause culturali sociali economiche che hanno portato alla nostra, assolutamente non invidiabile, piramide demografica rovesciata.

Il problema è che mentre il tasso di natalità calava costantemente, basti pensare che in Italia è dal 1964 che procede in caduta libera, prendeva consistenza il processo immigrazionale. Dapprima lento ed irregolare nel corso degli anni ‘70, l’arrivo di stranieri aumentava esponenzialmente nel corso degli anni ’90 del secolo scorso, rivelando anche che il tasso di natalità degli immigrati era ampiamente positivo. Se il tasso di natalità di X è negativo, mentre il tasso di Y è positivo, se X e Y vivono nel medesimo luogo, la tendenza sarà che la crescita di Y sarà sempre maggiore di X, e se la tendenza rimarrà la medesima, Y supererà X. Se al posto delle incognite volessimo sostituire rispettivamente popolo italiano e popolazioni straniere presenti in Italia, potremo anche avere una vaga idea di cosa sia la sostituzione di popolo. Suscitando irrimediabilmente il livore di coloro che non mancano mai di sottolineare la loro supposta superiorità ed umanità ad ogni piè sospinto, antisocratici che “sanno di sapere” (ma ignorano di farlo).

Pensate voi forse che la nostra “aristocrazia” politica, abbia provato a sostituire le incognite come abbiamo fatto noi e sia corsa ai ripari per evitare estinzione e sostituzione? Tutt’altro. Ferrei osservanti della metafora della rana bollita, che non si accorge dell’aumento della temperatura perché graduale, se non quando è troppo tardi per scappare, si sono limitati a praticare il nulla mimando il tutto, come il famoso imitatore del mago Silvan, aspettando semplicemente che venga superata la temperatura di non ritorno tra scottatura e trapasso. Nulla per invertire la tendenza demografica, e tra il “nulla” non possiamo che annoverare anche il diversamente italianizzato “fertility day”, frivolo e ridicolo tentativo, da parte di chi ha smarrito volutamente per strada la sua eticità, di darci uno schiaffetto educativo, ma sottovoce e senza provocare disturbo. Nulla per bloccare il flusso migratorio, tollerato quando non proprio incentivato, sia indirettamente, con continue sanatorie di cui l’ultima ha riguardato 700 mila stranieri (nel 2002 con il governo Berlusconi), sia direttamente, partecipando come utile idiota allo svuotamento del continente africano con l’operazione “mare nostrum” e suoi figliastri, le quali tra le altre cose hanno avuto il divertente risvolto di cambiare financo la geografia, in cui adesso il canale di Sicilia, dove si svolgono i salvataggi “umanitari”, sembra iniziare dalle colonne d’Ercole fino allo stretto di Suez ma sembra avere il suo unico sbocco sempre e solo sulle coste dell’antica trinacria.

La retorica immigrazionista ha camuffato sapientemente il tutto con argomentazioni che si appoggiano a fallaci calcoli economici, ad esempio gli stranieri che ci pagheranno le pensioni (come se essi non invecchieranno e non dovranno trovare qualcuno che le pagherà a loro), o come gli stranieri che fanno i lavori che non vogliamo più fare (non considerando che forse esistono stipendi e condizioni lavorative che gli italiani non vogliono accettare). Dimenticando inspiegabilmente quell’interessante concetto di Carlo Marx nel suo “Il Capitale”, libro che pensavamo conosciutissimo e della massima autorità, che porta il nome di “esercito industriale di riserva”. Oppure temperando l’intero processo nel più deteriore e mellifluo sentimentalismo, facendo leva sulle sofferenze dei più deboli, come gli incolpevoli bambini, minoritari ma sapientemente sbattuti all’unisono su tutti i mezzi di informazione, ignorando che la maggior parte di coloro che giungono da noi siano maschi adulti. Come se di colpo il comandamento “ama il prossimo tuo” si sia irrimediabilmente trasfigurato in “ama il distante tuo”, il quale concede umanità e generosità solo verso l’altro da sé, ma mai verso il simile a sé.

Ius sanguinis vs ius soli

In questo contesto va a collocarsi la legge sulla cittadinanza e il dibattito tra “ius sanguinis” e “ius soli”. La premessa che vogliamo portare è che ogni legge, oltre che valutata astrattamente secondo la grammatica giuridica, deve essere analizzata nelle sue implicazioni giurisprudenziali, nel contesto umano in cui è calata, e nella proiezioni dei fenomeni che norma. Poiché la differenza tra teoria e prassi, tra “de iure” e “de facto”, potrebbe riservare molte sorprese. Attualmente in Italia, in merito alle procedure per ottenere la cittadinanza, è in vigore la legge del 1992: si basa sul principio dello “ius sanguinis” – è italiano chi nasce da almeno uno dei genitori italiani – ma prevede che lo straniero possa ottenere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia (se proviene dalla Unione Europea dopo 4 anni, diversamente dopo 10 anni), mentre lo straniero nato in Italia possa ottenere la cittadinanza italiana facendone domanda al compimento dei 18 anni. Ricordiamo per inciso che nel 1992 erano presenti in Italia 356 mila stranieri, pari allo 0,6% della popolazione totale, e solo l’anno prima il nostro paese subiva il primo di una serie di sbarchi massicci di immigrati, in quel caso furono decine di migliaia gli albanesi che attraversavano il mare Adriatico verso quella che loro consideravano la terra promessa.

Dopo quell’anno, la nostra Patria, da tradizionale terra di emigrazione, si risvegliò di colpo come meta di immigrazione. E dovette fare i conti con un costante ed inesorabile flusso di stranieri, che ad oggi risultano essere 5 milioni, pari all’8% della popolazione totale, al netto dei clandestini. Negli ultimi anni, inoltre, ricalcando fedelmente la cosiddetta “finestra di Overton” (uno schema di persuasione delle masse, attraverso vari passaggi, che le porta a far proprie determinate idee prima inaccettabili), ha iniziato a prendere piede l’idea di una revisione completa della legge del 1992, in nome di un oscuro e sempre fumoso “principio di civiltà” (come se il resto del mondo che non prevede lo ius soli sia “incivile”, vedi paesi del nord Europa ad esempio), per favorire la naturalizzazione degli stranieri, in direzione di un avvicinamento allo ius soli. I risultati tangibili di questa insistente campagna sono la proposta di legge, per nostra fortuna non approvata, che ancora giace al Senato, tra color che sono sospesi. Ciò ha reso ancora più virulente, per certi versi, le armi che vengono scagliate dalla faretra retorica dei fautori dello “ius soli temperato” e dello “ius culturae” (queste sono le due anime della legge in discussione a palazzo Madama). Armi fintamente naturalistiche (l’immigrazione c’è e ci sarà, ergo non possiamo farci nulla, ergo bis dobbiamo naturalizzare), artatamente economiche (abbiamo bisogno degli stranieri per pensioni e lavori, ergo via alla naturalizzazione), ingannevolmente sentimentali (poveri bambini nati in Italia che si sentono diversi ai loro coetanei italiani). Per inciso rileviamo infatti che è risaputissimo che ogni pargolo straniero comprende perfettamente il concetto di appartenenza ed identità, ambisce solo a questo riconoscimento invece di giocare a pallone, e viene colpito da estrema inquietudine se ciò non avviene.

La questione che noi poniamo è la seguente. Un conto è una legge per la cittadinanza allo straniero, inserita però in un contesto sociale caratterizzato da due condizioni: natalità positiva del popolo autoctono, limitato regolato e circoscritto afflusso degli allogeni. Tutt’altre implicazioni e proiezioni per la stessa legge inserita, invece, ove anche una sola delle condizioni fosse mancante. E per nostra sventura, in Italia, non solo sono mancanti entrambi, ma tutte e due seguono indirizzo nettamente contrario. In quest’ultimo caso, come le dinamiche demografiche fanno chiaramente intendere, siamo in presenza di sostituzione di popolo. Punto. Ecco perché, dopo aver permesso una invasione massiccia di immigrati stranieri, una norma che dà la cittadinanza ad uno straniero sempre più presente e che fa figli, in un paese che invece invecchia e si estingue, è una norma delinquenziale perché traditrice della propria comunità biologica, storica e culturale, che dovrebbe essere tutelata e rafforzata in primis dai propri organi politici. Un delitto considerato talmente grave persino da Dante Alighieri, uno dei nostri avi più illustri e magnifici, e che trova collocazione per i colpevoli, negli spazi più lontani dalla luce divina e più profondi dell’inferno, precisamente nel 9° cerchio, l’Antenora, in cui i dannati subiscono il loro contrappasso immersi per metà nel lago ghiacciato di Cocito, con la testa in posizione eretta.

La tendenza descritta, vale tanto per l’attuale norma in vigore, quanto ancor di più per la proposta di legge ora presente in Senato, la quale non potrà che fungere da tremendo acceleratore di un processo che risulta essere in atto. Tra l’altro si fa fatica a comprendere come, in un epoca che prenderebbe di sancire il superamento di quel leviatano malefico che è lo Stato nazionale, nel nome del comandamento “no alle frontiere” e dell’indistinta cifra dell’essere “cittadini del mondo”, ci si batta per ottenere il diritto di cittadinanza che emana proprio dallo Stato e che si manifesta come appartenente ad una comunità racchiusa entro frontiere stabilite. Misteri della fede mondialista.

Cosa significa essere italiani?

La verità è tutta incentrata sul concetto profondo di cittadinanza, e quindi dell’essere “italiano”. Cosa significa essere italiani? Sancisce semplicemente, a livello amministrativo, uno stanziamento per un dato periodo in certo territorio? Oppure è un concetto legato ad una identità prepolitica, un percorso storico che origina dai nostri antenati e sulle cui spalle noi nani diventiamo giganti?

La questione è tutta qui. Perché se si ritiene che la propria provenienza storica, biologica, culturale, linguistica, religiosa, sia totalmente ininfluente, non potrà che avverarsi il nuovo paradigma antropologico dell’uomo spogliato della comunità, deterritorializzato, sradicato dalle radici, il quale, devoto all’edonismo utilitaristico e inserito nella struttura liberista di mobilità dei fattori di produzione, sarà sempre pronto a muoversi come un elettrone impazzito, senza un nucleo di gravità che lo possa attrarre e guidare. Questa tendenza sembra ogni giorno realizzarsi maggiormente, in una Italia che fa fatica tenersi gli italiani in Patria, nel solo 2016 sono stati circa 115 mila i nostri compatrioti emigrati all’estero, ma risulta essere campione nell’importare altri individui dal resto del mondo, sempre nel 2016 e solo provenienti da sbarchi in mare, ben 118 mila sono stati gli stranieri giunti sulle nostre coste (anche se una parte di costoro non vorrebbe restare in Italia, sempre che gli stati di destinazione li accettino, cosa su cui non siamo del tutto convinti). Come ulteriore tassello di questo orientamento delinquenziale, portato avanti, c’è da riconoscerlo, con tale e tanto rigoroso metodo, che se non fosse peccato mortale anche il solo pensarlo, inizieremo quasi a non considerare menzognera la presenza di un agenda stabilita a priori, segnaliamo anche l’abolizione della leva obbligatoria. Uno dei connotati più concreti della nazionalizzazione della masse in Italia, ottenuto tardi lo status di nazione politicamente organizzata rispetto ad altri popoli europei, ciò che sarebbe dovuto essere il massimo dovere di ogni italiano e che rappresenta una delle due colonne su cui si regge il concetto classico della cittadinanza, l’onore di difendere con le armi la collettività, è stato serenamente abolito nel 2005. Forse perché sembrava poco garbato, per la nostra cara e beata gioventù, anche solo adombrare l’idea dell’esistenza di concezioni, con cura sempre più allontanate, come “servire sotto le armi” e “dulce et decorum est pro patria mori”.

Vorremmo concludere con una provocazione. Ma per chi invece considerasse l’identità come una sedimentazione di storia, razza, terra, cultura, lingua, religione, tradizioni, e che si sentisse italiano, non per nascita casuale o approdo involontario su questa penisola, ma anche in virtù dei propri avi, che hanno intrecciato le proprie esistenze, il proprio spirito, le proprie passioni, il proprio lavoro, fino a dare la vita per la propria comunità di destino, ebbene per costoro, sarà forse mai prevista una cittadinanza “italiano più”? Mai domanda forse più retorica.

Lorenzo Mosca

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