Cercando «Indro Montanelli» su Google immagini, dopo una decina di foto del celebre giornalista compare anche lo scatto della sua statua sporca di vernice a causa dell’azione del collettivo «Non una di meno». La foto del monumento vandalizzato compare sul motore di ricerca molto prima di quella della statua pulita. Se poi si fa una ricerca per «Statua Montanelli», compaiono quasi solo immagini della deturpazione. Un caso di «cancel culture»? Senz’altro. Che Montanelli possa essere davvero «cancellato» dalla storia del giornalismo italiano, e quindi dalla storia d’Italia, tuttavia, non lo hanno verosimilmente mai creduto neppure gli attivisti con l’hobby della vernice. Si tratta quindi di un gesto di frustrazione, destinato inevitabilmente allo scacco? Non esattamente.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di dicembre 2021

L’iconicità del monumento vandalizzato, superiore a quella del monumento ripulito, testimonia che qualcosa è cambiato, nella ricezione pubblica dell’eredità montanelliana. E non è solo questione di impatto iconico: oggi chiunque voglia parlare di Montanelli, fosse anche per tesserne un elogio acritico o per difenderne la memoria, non potrà eludere la questione che è alla base delle contestazioni contro il celebre giornalista – ovvero il suo discusso concubinato con una dodicenne abissina. L’elefante «razzismo, colonialismo, violenza di genere» è stato posto al centro della stanza «Montanelli». Il quale non è stato cancellato, ma risignificato: è stato modificato il carico di significati che il suo nome immediatamente richiama, si è cambiata la sua percezione, il suo posto all’interno di un ordine del discorso. Un contenuto che prima era ovvio, diventa controverso. Nella memoria liscia, uniforme, piatta, si è infilata una scheggia.

Egemonia culturale: un meccanismo ben oliato

È questo il vero senso della cancel culture: non la cancellazione vera e propria, ma la risignificazione. Mentre noi ne deridiamo i presupposti ideologici, loro stanno in realtà facendo una cosa antica quanto il mondo: creano egemonia culturale. Tracciano, cioè, le righe del campo da gioco in cui tutti noi, che pure stiamo qui a deriderne le forme sbilenche, ci ritroveremo a giocare.

A sinistra sono bravissimi a creare egemonia culturale. Lo hanno teorizzato e lo hanno messo in pratica (citare qui il nome di Antonio Gramsci sarebbe sin troppo scontato). Hanno occupato intere filiere, hanno strutturato discorsi e parole d’ordine divenuti dominanti, hanno creato un potere inossidabile che prescinde da qualsiasi governo (tutte cose che poi rendono efficaci azioni come quella citata a mo’ di esempio sulla statua di Montanelli).

Eppure, per quanto sembri incredibile, anche a sinistra, in questi anni, si sono lamentati della grande capacità della destra di fare egemonia. Basti prendere in mano un volumetto del 2013 dello storico Gabriele Turi, La cultura delle destre: alla ricerca dell’egemonia culturale in Italia, nel quale, con una lettura a dir poco fantasiosa della storia d’Italia, si legge che dopo la guerra…

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