Schermata 2015-03-25 alle 12.41.10Roma, 25 mar – Ordinario di Storia Moderna all’Università di Pisa nella prima metà degli anni Sessanta, il prof. Armando Saitta (che nel ’67 sarebbe stato trasferito a Roma) era noto a noi studenti per i suoi corsi sul movimento giacobino e per la sua solida fede marxista. Nonché – anche se tra i suoi maestri c’era stato Giovanni Gentile – per il suo convinto antifascismo. Quindi restammo non poco stupiti quando, in una sua lezione, divagando su svariati argomenti, fece l’elogio del gerarca Giuseppe Bottai, definendolo uno straordinario organizzatore di cultura nonché il miglior ministro dell’Istruzione che l’Italia aveva avuto, dall’Unità in poi. E aggiungendo che la classe dirigente fascista non era per nulla inferiore a quella attuale.

Un giudizio “laico”, nell’accezione di spassionato e obbiettivo? Diremmo di sì. E aggiungiamo subito che l’episodio ci è venuto in mente leggendo l’ultimo libro di Roberto Festorazzi (Tutti gli uomini di Mussolini. I gerarchi alla corte del Duce, Cairo, pp. 210, euro 14), dove lo storico comasco auspica che la moderna storiografia, allorché ragiona di Fascismo, guerra e Resistenza, adotti strumenti di valutazione “laica”, superando dunque ogni forma di tendenziosità ideologica.

Nei suoi ritratti – chiari, rapidi, incisivi – Festorazzi si muove in questa direzione, tenendosi lontano sia dai “laudatores” sia dai “detractores”.

Bene, che cos’è che viene fuori come elemento unificante da queste biografie compendiose? Che, per l’appunto, è di “uomini” che si tratta. E cioè di personaggi che, nel bene e nel male, tra luci ed ombre, ed errori, debolezze, velleità, furori, crudeltà ecc., dimostrarono, in vario modo, di avere i cosiddetti “attributi”. E, a questo proposito, ci viene in mente Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, quando il “padrino” Don Mariano Arena spiega al capitano dei carabinieri Bellodi – emiliano ed ex partigiano, inviato in un paese siciliano ad indagare su un omicidio – che lui l’umanità la divide in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i piglianculo e i quaquaraquà.

Ora è innegabile che Balbo e Grandi, Bottai e Gentile, Farinacci e Starace, Pavolini e Preziosi, Ciano e Muti, Bombacci e Arpinati ecc. furono degli “uomini”. Tutti, in varia misura, furono attratti dal fascino di Mussolini, anche quelli che il 25 luglio decretarono la morte del regime; tutti, dunque, in modo diverso, furono “cortigiani” del Dittatore; e tutti, da un grande, magnanimo filosofo come Gentile a un gerarca fanatico e spesso ridicolo come Starace, ebbero un loro volto, vissero una loro storia, si assunsero delle responsabilità. Fino, in molti casi, alla “bella morte”. Che, per non farsi mancar nulla, aureola, con la sua fosca dignità, tanto Starace, la “macchietta”, quanto Pavolini, la “tigre”.

Il primo, dopo aver fatto il bello e cattivo tempo come segretario del Pnf, cade in disgrazia e viene messo da parte: ma riesce a “riconquistare la scena”, come nota Festorazzi, quando “tributa un saluto romano al cadavere del Duce, che penzolava dai tralicci di Piazzale Loreto, prima di essere a sua volta abbattuto dalle scariche dei mitra”.

Il secondo è davvero un personaggio da romanzo: fascista ardente e audace, ma anche intellettuale inquieto e contraddittorio, ras di Firenze e promotore di importanti iniziative (la nuova Stazione, lo Stadio, il Maggio Musicale), spirito libero con punte di eresia ed amico di antifascisti come i fratelli Rosselli, consacra tutto se stesso, con feroce determinazione, alla causa di Salò, segue Mussolini nell’ultimo viaggio lungo il lago di Como il 27 aprile del ‘45, balza fuori dalla sua autoblinda con l’arma in pugno quando la colonna di fascisti e tedeschi viene fermata dai partigiani, spara, viene ferito e l’indomani fucilato insieme ad altri gerarchi accanto al molo di Dongo.

L’ultimo grido è “Viva l’Italia!”.

E’ invece “Viva il socialismo!” l’ultimo grido di Nicola Bombacci, già fiero sovversivo conosciuto come “il Lenin di Romagna”, scissionista al congresso socialista di Livorno e fondatore ed esponente del Partito Comunista d’Italia. Il barbuto Nicolino, prima amico, poi avversario di Mussolini, gli si riavvicina negli ultimi anni, lo elegge a Duce della Rivoluzione Sociale e lo segue a Salò. E, poco prima di essere abbattuto dai partigiani, da coerente fascio-comunista, prorompe, per l’appunto, in un tonante “Viva il socialismo!”.

Festorazzi commenta: “ Un vero paradosso che, a ben vedere, riassume tutta quanta la sua vita”. E il paradosso è indubbiamente una chiave di lettura per molte di queste “vite spericolate”.
Basti pensare a Galezzo Ciano, il “genero”, il “delfino”, il “traditore”.

Anche questa un’esistenza da romanzo. E da film. Gli attori: Galeazzo, Edda, il Duce. E una trama che, come spesso è stato detto, pare quella di una tragedia greca: il genero contro il suocero, la figlia contro il padre, il novello “Bruto” contro il novello (e benefattore) “Cesare”, Mussolini dittatore contro Mussolini genitore (e nonno!)…

Anche qui, va ricordato, la morte ha una sua strana bellezza. Come è noto Ciano fu condannato dal Tribunale di Verona e fucilato nel gennaio del ‘44 insieme ad altri protagonisti del 25 luglio (Pareschi, De Bono, Gottardi, Marinelli; gli altri tredici gerarchi che avevano votato a favore dell’ordine del giorno Grandi furono condannati a morte in contumacia). Meno noto è che un attimo prima che partissero le scariche mortali si voltò per guardare i suoi giustizieri. Quasi a voler dire “Sparate, non ho paura”. Oppure: “Oggi tocca a me, ma…”. O anche, da toscanaccio, anzi da livornese: “Poveri bischeri! Mi fate pena!”.

Mario Bernardi Guardi

(articolo uscito sul Tempo di domenica 22 marzo)

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