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Roma, 26 mar – Ha suscitato molto scalpore un corposo articolo della Frankfurter Rundschau pubblicato proprio ieri che era Dantedì. Il contributo, firmato da Arno Widmann (una star per i radical chic tedeschi), è stato subito percepito come un attacco a Dante, con Repubblica che ha prontamente espresso tutta la sua indignazione con un titolo sensazionalistico: Dante, l’incredibile attacco dalla Germania: «Arrivista e plagiatore». Preso da sacro furore patriottico, anche il ministro (piddino) della Cultura, Dario Franceschini, ha commentato con distacco e piglio dantesco: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa».



Repubblica difende Dante (pure troppo)

In realtà, la Frankfurter Rundschau non ha definito il sommo poeta né «arrivista» né «plagiatore». È quello che ha fatto notare anche il Fatto Quotidiano, preso a sua volta dall’ossessione del debunker, quasi accusando Repubblica di aver difeso Dante perché mossa da sciovinismo culturale. Ed è più o meno la tesi che ha sostenuto Tobias Piller, corrispondente dall’Italia per la Frankfurter Allgemeine Zeitung ed ex presidente della stampa estera in Italia: «Non ho letto da nessuna parte né arrivista né plagiatore. Mi sembra un articolo che inquadra Dante nel suo tempo e ne spiega la grandezza ai tedeschi». Difesa d’ufficio e, a ben vedere, un po’ troppo indulgente. La verità, stavolta, sta davvero nel mezzo.  

Black Brain

Riassumendo brutalmente le posizioni di Widmann: lo status di Dante come padre della lingua italiana è sopravvalutato, e anzi è una tesi che risente di un certo nazionalismo letterario; l’Alighieri non è così originale come si crede, visto che fu influenzato dai trovatori provenzali e dalla tradizione musulmana che narrava di un viaggio di Maometto in paradiso (questa è la tesi, formulata nel 1919 e assai contestata, dell’arabista spagnolo Miguel Asín Palacios, citato da Widmann); Dante era mosso da un ego spropositato e da un forte spirito di competizione, cosa che lo avrebbe portato, nella Divina Commedia, a ergersi a giudice morale e a dividere il mondo in buoni e cattivi (di qui il titolo del contributo di Widmann, che cita un verso della nota fiaba tedesca Aschenputtel, cioè Cenerentola); Shakespeare è molto più moderno di Dante, e quindi il sommo poeta non può essere accostato in alcun modo allo scrittore inglese.

La reazione dei dantisti

Contro l’articolo del giornalista tedesco si sono quindi scagliati diversi dantisti ed esperti della lingua italiana, a cui è difficile dar torto: «Giudizi pretestuosi, opinabili, attacchi senza senso. Chissà, forse, alla Germania gli dispiace non aver avuto un artista immenso come Dante. I toni, comunque, mi sembrano poco diplomatici», ha commentato Pieralvise Serego Alighieri, discendente del sommo poeta. «L’articolo del giornale tedesco ha un’impostazione infantile, pertanto lascerei cadere la questione senza commenti», taglia corto Luca Serianni, uno dei massimi linguisti d’Italia, nonché vicepresidente della Società Dante Alighieri. Che poi lancia una frecciata a Widmann: «In certi casi, “il tacere è bello”, per citare Dante. Sarebbe bello sentire che cosa ne pensano alla Deutsche Dante-Gesellschaft, prestigioso centro di studi danteschi di Monaco di Baviera».

Più duro, invece, Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca: «Mi sembra che Arno Widmann, per amor di polemica, con le sue argomentazioni, si dia persino la zappa sui piedi. Addirittura dimentica il contributo teorico di Dante: il De vulgari eloquentia è il più straordinario libro di linguistica di tutta l’Europa romanza; un libro, appunto, tutto dedicato al volgare italiano. Dante ha segnato una svolta decisiva nella storia della letteratura italiana e mondiale», ha dichiarato il linguista parlando di «pregiudizi da Santa Inquisizione». La stessa indignazione ha invaso anche l’insigne dantista Enrico Malato: «Si tratta di sciocchezze, di affermazioni gratuite e senza fondamento storico. La lingua italiana non esisteva quando Dante ha cominciato a scrivere. Lui scriveva in volgare fiorentino e lo ha così raffinato che poi è diventata la lingua della letteratura italiana di ogni regione e quindi nel corso dei secoli adottata come lingua dell’intera penisola. Il prestigio della Divina Commedia ha imposto la propria lingua a tutta l’Italia». Di più: «La maggior parte delle lingue europee si sono imposte per conquista del potere, l’italiano di Dante si è imposto per il prestigio di un’opera letteraria ed è stato il primo caso in Europa».

La potenza di Dante e il «nazionalismo» di Repubblica

In effetti, pur ammorbidendo le parafrasi e le forzature di Repubblica nella sua appassionata difesa di Dante, le tesi di Widmann sono assai modeste e ispirate a quell’«illuminismo» da semicolto che tanto piace ai radical chic tedeschi (e italiani ed europei in generale). Di certo sfigurano di fronte alle legioni di dantisti tedeschi che hanno fatto la storia degli studi sull’Alighieri. Basti pensare e Erich Auerbach (1892-1957), il cui nome è noto a tutti i liceali d’Italia. Senza contare Karl Witte (1800-1883), che fondò la Deutsche Dante-Gesellschaft vent’anni prima che fosse istituita la Società dantesca italiana, Julius Petzholdt (1812-1891) e Rudolf Borchardt (1877-1945), che ci ha lasciato una bellissima traduzione della Divina Commedia in tedesco medievale. Ma, in generale, sarebbe veramente lunga la lista di personalità tedesche ed europee che, nei secoli, sono state avvinte dalla grandezza di Dante. Personalità di fronte a cui Widmann si trasforma in una pulce ai piedi di un gigante.

Ad ogni modo, la cosa più interessante dell’articolo di Widmann non sta tanto nei suoi contenuti (tutto sommato legittimi, seppur modesti e ideologicamente infiltrati), quanto nei suoi effetti: sminuendo Dante, è riuscito nell’impresa di far diventare «nazionalisti» pure Repubblica e Franceschini. Per me è una buona notizia, perché dimostra che, nonostante tutto, un po’ di amor proprio gli italiani ancora ce l’hanno. Certo, aiuta molto il fatto che l’articolo sia stato scritto da un tedesco (uomo per giunta), e quindi «cattivo» per natura. Temo invece che, se l’avesse firmato una sconosciuta giornalista di Nairobi o una femminista afroamericana con i peli alle ascelle, Di Maio già avrebbe presentato le scuse ufficiali dell’Italia, mentre Raimo si sarebbe subito cosparso il capo di cenere a reti unificate.

Valerio Benedetti

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