Roma, 8 dic – Vi è mai capitato di veder scritto «qui tutto apposto» e di provare un fastidio paragonabile al rumore delle unghie che graffiano la lavagna? Se sì, allora vuol dire che in voi è, appunto, tutto a posto. Se poi non resistete, e decidete di correggere il vostro interlocutore, state attenti: potreste beccarvi l’accusa di essere dei grammar nazi, cioè dei «nazisti della grammatica». Io lo ammetto: a volte sento l’impellente necessità di far notare agli altri i loro scivoloni linguistici. Sono un grammar nazi? Boh, forse, non lo so. Io lo faccio per amore, non per vanagloria: chi conosce i suoi errori può correggersi e non fare figuracce. E visto che vi voglio bene, ho deciso di rendervi edotti sui 10 errori più comuni della lingua italiana. Che poi è la più bella del mondo.

I 10 errori più comuni nella lingua italiana

1. Apposto: se io voglio dire che «è tutto in ordine», allora devo scrivere «è tutto a posto». Cioè, appunto, al suo posto. Apposto, infatti, è il participio passato del verbo apporre, che usiamo per esempio quando vogliamo apporre la nostra firma su un documento. Se non credete a me, credete almeno alla Treccani. Al contrario, l’avverbio apposta, nel senso di azione compiuta «di proposito», è corretto. Quindi sì, si può scrivere «l’ho fatto apposta».

2. Affatto: ti piace essere preso per fesso? «Affatto». Ecco, se rispondete così, mi viene il dubbio che siate fessi per davvero. Perché l’avverbio affatto significa «interamente, del tutto», e ha pertanto un valore positivo, non negativo. Certo, questo utilizzo del termine è sempre meno percepito dai parlanti. Eppure, a volte il dubbio viene. Se non volete sbagliarvi, alla domanda «sei fesso?» rispondete con un sonoro «nient’affatto». In questo caso, vi prenderò sul serio.

3. Conditio sine qua non: qui entriamo nel grottesco. Se vi imbattete in qualcuno che conosce il latino e cercate di impressionarlo con un pomposo conditio sine qua non, la figura di palta è assicurata. In latino, infatti, conditio significa «condimento». Esatto, tipo l’olio e l’aceto. E non c’entra assolutamente nulla con la «condizione» di cui volete parlare voi, che in latino si scrive condicio, con la «c». Del resto, pensateci: esiste una legge sulla par condicio, ma nessuna sulla par conditio. Un motivo ci sarà.

4. Una tantum: rimaniamo sul latinorum. Questa locuzione viene utilizzata troppo spesso nel significato di «una volta ogni tanto». Niente di più sbagliato: l’avverbio tantum, in latino, vuol dire «solo, soltanto, solamente». Di conseguenza, il significato corretto è «solo una volta». Nel concreto: se incassate un pagamento una tantum, non fatevi illusioni. Non vi daranno altro denaro.

5. Opportunità: messo da parte il glorioso idioma degli antichi romani, passiamo ora all’inglese. Che purtroppo sta distruggendo la nostra lingua. Questo possiamo osservarlo nell’utilizzo abusivo del termine opportunità. Per gli anglofoni opportunity significa «occasione, possibilità». Ma in italiano una cosa possibile non è necessariamente opportuna, e cioè «adatta alle condizioni del momento, alle necessità o al desiderio». Sputare in faccia a un nostro ospite è sicuramente possibile, ma di certo non è opportuno. Neanche un po’. Ecco perché, in questo caso, parlare di «opportunità» è del tutto… inopportuno!

6. Realizzare: ecco un altro prestito dall’inglese che entra di diritto nel campionario degli errori (orrori) della lingua italiana. Nel nostro idioma nazionale, infatti, realizzare ha un significato molto preciso: «Far diventare reale, tradurre in realtà, attuare, avverare». In inglese, invece, il verbo to realize si traduce con il nostro «rendersi conto». Sono due cose completamente diverse. Pertanto, se dite «ho realizzato che Scanzi è un grande intellettuale», in realtà non avete realizzato nulla. Al massimo, avete realizzato un obbrobrio, questo sì.

7. Paventare. Tra gli errori più comuni nella lingua italiana, c’è anche l’uso ad minchiam del verbo paventare. Che vuol dire «aver paura, sentirsi intimorito». Di conseguenza, se un giornalista scrive «si è paventato che…» nel senso di «si è ventilato che…», vuol dire che questo giornalista avrà pure il tesserino del suo Ordine, ma rimane una capra. E ci sono ottime possibilità che lavori nella redazione di Repubblica o Piazzapulita.

8. Piuttosto che: io preferisco parlare un buon italiano piuttosto che fare figure di palta. Se anche voi siete di questo avviso, allora diffidate di chi utilizza il piuttosto che con valore disgiuntivo, nel significato cioè di «o, oppure». Come ci spiega la Crusca, si tratta «di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo». Eppure, proseguono i cruscanti, «non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o». Ecco, piuttosto che farvi prendere per fessi, fatevi coraggio e usate un poderoso, liberatorio «oppure».

9. Ché: Quando la congiunzione che viene usata nel significato di perché, è opportuno (ricordate?) scriverla con l’accento. E quindi ché. Un esempio semplice semplice: «Mi tolgo la giacca ché qui fa caldo». Oppure: «Spengo la televisione ché ora sta parlando la Murgia». A meno che non vi piaccia lo schwa, beninteso.

10. Io e te: questo ormai non viene quasi più calcolato tra gli errori della lingua italiana, anche perché il suo uso è assai diffuso. Ma se ci pensate bene, rimane un errore marchiano. Di più: la Treccani ci spiega che il grande linguista Graziadio Isaia Ascoli definiva questa forma linguistica come «un toscanismo insopportabile». Il motivo? Il pronome io è soggetto, mentre te è complemento oggetto. Un’incongruenza che tutte le grammatiche italiane hanno sanzionato fino all’altro ieri. Se volete diventare cintura nera di lingua italiana, dovrete pertanto salire di livello. Bando all’«io e te», dunque: usiamo un più corretto «tu ed io». Così almeno fate felice Ascoli. E chissenefrega di Ascoli, direte voi, e avete perfettamente ragione. Del resto, i soliti linguisti con il monocolo ci ricordano a ogni piè sospinto che la lingua è in continua evoluzione. Questo è vero, nessuno lo nega. Ma ricordate anche che l’italiano non sarà mai un’opinione. Ed è giusto che sia così.  

Valerio Benedetti

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21 Commenti

  1. E quelli che scrivono “mha” invece di “mah”? E “bho” invece di “boh”? E qui non c’è bisogno di scomodare il latino o gli studi classici basta leggere un Topolino ogni tanto! Purtroppo sappiamo che l’ignoranza “letterale” in Italia è proverbiale d’altra parte cosa si pretende se abbiamo avuto “onorevoli ministri” donna che in nome dell’uguaglianza di genere o chissa quale altra idea balorda si inventano strafalcioni come “ministra”?

  2. E non consideriamo il condizionale usato al posto del congiuntivo? Lanciato da Bersani, ormai è diventato la normalità (…ma che “andassero” a fare in c… brrrr!!! Unghie sulla lavagna!!!)

  3. Molto carino l’articolo, anche utile. Ma che senso ha inserire la foto di una donna con il reggiseno in bella vista?
    Brutto questo scivolone sul dettaglio, che dettaglio non è.

  4. Quella del “ché” è una regola di cui non avevo mai sentito parlare.
    Ottimo, ringrazio e utilizzerò sicuramente (scritto da uno che in caso di dubbi sulla pronuncia scrive gli accenti in mezzo alle parole)

  5. mi spiace ma la stessa Crusca ammette l’utilizzo di “realizzare” in luogo di “rendersi conto”, come in inglese. Non piace nemmeno a me, ma pare che ormai faccia parte della lingua Italiana!

  6. Salve!

    Ho trovato l’articolo sui più comuni strafalcioni commessi da chi cerca di padroneggiare l’italiano non solo interessante ma anche utile e istruttivo. Segnalo tuttavia quanto riportato sul sito dell’Accademia della Crusca, citata giustamente quale fonte eminente nello stesso articolo, circa il punto 3 (condicio/conditio):

    https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/condicio-o-conditio-sine-qua-non/253&ved=2ahUKEwjw7tOwzdX0AhVF_aQKHWNuCMwQFnoECDIQAQ&usg=AOvVaw3MyH81qFW8ZsEU3vd9821r

    Pare che l’alternanza di scrittura e di pronuncia derivi da un fenomeno di mutazione dato dall’uso che ne legittima l’esistenza.

    Spero di essermi reso utile alla causa della correttezza linguistica e di ricevere delucidazioni, qualora ve ne siano.

    Buon lavoro!

    Francesco Petruzzelli

  7. Bellissimo articolo e grazie per avermi fatto correggere subito “conditio” con “condicio”… avrei dovuto ricordarmi della par condicio.
    Su affatto sono pienamente d’accordo. Si sente spesso a sproposito, come l’avverbio “assolutamente” al posto di sì o no.
    Il “piuttosto che” in funzione disgiuntiva è un orrore che sento dire anche ai giornalisti. Credo che sia un modo (più che sbagliato) di sentirsi acculturati. E è tutto dire…

  8. Io credo che la parola “femminicidio” sia sbagliata. Dovrebbe a mio avviso essere giusta la parola “donnicidio” in quanto anche gli animali sono femmine e maschi! Nel genere umano i sessi sono uomo e donna! Quindi se si dice omicidio per l’uccisione di un uomo si dovrebbe dire donnicidio per l’uccisione di una donna! Cosa ne pensa?

    • “Femminicidio” è sbagliata, ma “donnicidio” lo è ancora di più.
      “Femminicidio” è sbagliata perché è ricalcata da “omicidio” (homo+occido, uccisione dell’uomo nel senso di specie umana, ergo maschio o femmina), dunque avrebbe dovuto essere femina+occido, quindi “feminicidio”, con una sola m. Ma è anche errata l’accezione, perché il significato è “uccisione di una donna”, in senso generico. Dovrebbe perciò anche esistere “viricidio”, uccisione dell’uomo.
      Quello che mi fa rabbia, invece, è che esiste da sempre un termine appropriato: uxoricidio (uccisione della moglie), entrato nella lingua italiana dal 1874, secondo il dizionario su corriere.it, e per estensione uccisione della fidanzata o della ex.

  9. Opportunità non è un calco semantico dall’inglese. Sia opportunità che opportunity derivano dal latino opportunitas.
    Bella poi la copertina con la professoressa sexy, molto appropriata all’argomento!

  10. Molto bello l’articolo, come straniera mi sembra molto strano dire “io e te”, ora capisco che in realtà non è corretto!
    Comunque la foto che c’entra con l’articolo?? (Solo questo a migliorare).

  11. L’articolo è interessante e su molte cose ha ragione, anche se rimango un po’ turbato da un certo tono sopra le righe e da certi riferimenti polemici, come quelli a Repubblica e a Michela Murgia (ma su Primato Nazionale c’era da aspettarseli). Poi su “condicio sine qua” non è troppo perentorio, come dimostra ad abundantiam questo articolo dell’Accademia della Crusca, che osserva come nella tradizione italiana siano ammesse entrambe le grafie, benché “conditio” sia piuttosto del latino tardo e medievale.
    https://web.archive.org/web/20131029194307/http://www.accademiadellacrusca.it/en/italian-language/language-consulting/questions-answers/condicio-conditio-sine-qua
    Condicio or conditio sine qua non? | Accademia della Crusca

    Poi nella caccia pseudopuristica e nazionalistica all’anglicismo inutile l’autore incappa in un’affermazione discutibile. Egli infatti scrive: “Opportunità: messo da parte il glorioso idioma degli antichi romani, passiamo ora all’inglese. Che purtroppo sta distruggendo la nostra lingua. Questo possiamo osservarlo nell’utilizzo abusivo del termine opportunità. Per gli anglofoni opportunity significa «occasione, possibilità». Ma in italiano una cosa possibile non è necessariamente opportuna, e cioè «adatta alle condizioni del momento, alle necessità o al desiderio».”
    Ora, non è per niente vero che (a differenza di quanto accade per l’uso di “realizzare” nel senso di “rendersi conto”, dove invece ha perfettamente ragione, come ammetto onestamente) “opportunità” in buon italiano non voglia dire anche “semplice occasione”. Cfr. lo Zingarelli 2022, che cita addirittura Manzoni:
    2 ❖circostanza od occasione favorevole, luogo e tempo adatto (+di seguito da inf.):
    cogliere l’opportunità; approfittare dell’opportunità; avere il senso dell’opportunità; non ho ancora avuto l’opportunità di parlargli; il che dava opportunità di fare una guerra (A. Manzoni).

    Il Battaglia-Barberi Squarotti (il Grande dizionario storico della lingua italiana in 21 volumi) cita poi altri illustri esempi:
    Leopardi, III-798: Io t’amo sempre come singolarissimo amico, e sempre desidero e sospiro l’opportunità e il modo di ricongiungermi a te ed alla tua famiglia stabilmente. G. Bassani, 3-85: Un verme del genere non se l’era certo lasciata scappare, lui ci avrebbe scommesso la testa, l’opportunità di farsi bello in Federazione una volta di più. Foscolo, VI-446: La profezia mi darà oppor­tunità di arcana erudizione.
    D’opportunità (con valore aggettivale): composto su un tema di attualità; d’occasione. Carducci, III-19-157: La biografia del Garibaldi… ha pregi e difetti delle scritture d’opportunità.

  12. Cosa c’entra la foto con la professoressa ammiccante e provocante? Caduta di stile per un articolo molto interessante

  13. Non riesco a sorvolare l’esempio “spengo la televisione ché ora sta parlando la Murgia”. E anche la foto, si. Entrambe la dicono più lunga di quanto non faccia il suo articolo.

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