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Quelli che seguono sono alcuni brani di un articolo di Dominique Venner, tradotti per la prima volta in italiano sul Primato Nazionale di marzo 2019. Il titolo originale di questo contributo è Lo squadrismo e la nascita del fascismo, pubblicato nel 2003. [IPN]



Lo squadrismo e la nascita del fascismo

Nel 1915, gli italiani entrarono in guerra senza alcuna consapevolezza delle difficoltà che avrebbero affrontato. Lo sforzo di rinnovamento imposto al Paese dal disastro di Caporetto, nell’ottobre del 1917, si esaurirà con la vittoria: non appena venne firmato l’armistizio con l’Austria-Ungheria, infatti, la società riprende le sue vecchie abitudini. Si assiste così al ritorno dei vecchi politici, simboleggiati da Giolitti, l’uomo aduso a tutte le scaltrezze e a tutti i compromessi. Il passato ha ragione del presente. È come se la guerra non ci fosse mai stata. E fu così che le nuove generazioni del fronte, sentendosi chiamate a una reazione, si ribellarono.

Trincerocrazia 

La società italiana non uscì indenne dalla guerra, che fu anzi pagata al prezzo di 670mila morti e un milione di feriti. Di fronte a questi costi enormi, i benefici si rivelano però terribilmente deludenti. Le forze conservatrici e quelle popolari non sono più le stesse che erano state prima del 1915. La guerra le ha cambiate fin nelle profondità dell’anima: ha trasformato milioni di giovani in soldati, rivelando in alcuni un’anima guerriera fino ad allora sopita. Molti dei 160mila giovani ufficiali di riserva, luogotenenti e capitani, che la fine delle ostilità restituisce alla vita civile, non sono più borghesi: la guerra ha scolpito nella loro carne e nel loro spirito una visione del mondo che non ha la felicità come scopo. Ambiscono a qualcosa di molto più grande. In questo, sono fratelli di altri giovani combattenti in tutta Europa, sebbene non ne siano ancora coscienti.

La guerra ha risvegliato in loro la potente idea di rigenerazione morale attraverso la lotta e il sacrificio, formulata a sua tempo da Mazzini. Dal profeta della Giovine Italia hanno infatti ereditato una concezione religiosa della politica e il mito del Risorgimento come «rivoluzione incompiuta». E, istintivamente, credono che spetti a loro compiere questa rivoluzione. Estranei alla moderazione, concepiscono la vita politica nelle sue forme più radicali. Emersi dalle trincee, lo spirito di comunità e la religione della patria devono ora essere trasposti in tempo di pace. Il sistema liberale, con le sue divisioni di opinioni, interessi e classi, è per loro solo il fermento che distruggerà la nazione. La loro rivoluzione dovrà invece creare una nazione omogenea, costruire nuove gerarchie, non più basate sul denaro, ma sul merito e la competenza. Ciò che ha avuto successo nelle truppe d’assalto e nelle trincee, del resto, perché non applicarlo all’intera società? Inscritte sulla punta del loro pugnale, queste idee ribollono ormai nei loro spiriti temerari, alimentate dalla collera per la situazione presente.

Sul fronte opposto, anche sindacalisti e socialisti contrari all’intervento sono scossi da grandi rivolgimenti. La propaganda contro la guerra e il militarismo sta ora dando i suoi frutti. Tra il 1915 e il 1920 gli iscritti ai sindacati sono addirittura decuplicati. La rivoluzione bolscevica è salutata dalle masse come una speranza ed è indicata a modello. Ma chi sarà il Lenin italiano? Tra tutti i leader socialisti, Mussolini sarebbe il più adatto a questo ruolo, se solo non avesse rotto con il partito e la sua precedente militanza, scommettendo invece sull’interventismo rivoluzionario. Ma questo passo non fu fatto se non dopo un tormentato travaglio interiore. Già beniamino dalle masse, Mussolini è deciso a non distaccarsene. Nella primavera del 1919, quando inizieranno gli scioperi contro il rincaro dei prezzi, il suo giornale sosterrà infatti gli scioperanti. Ma l’ex enfant terrible del socialismo italiano è anche consapevole che una nuova élite è sorta dalla guerra. È un tema ricorrente nei suoi discorsi e nei suoi articoli da quando è tornato dal fronte dopo il suo ferimento, nel 1917: «Noi, i sopravvissuti, noi i ritornati – afferma in un discorso a Bologna – rivendichiamo il diritto di governare l’Italia, non già per farla precipitare nella dissoluzione e nel disordine, ma per condurla sempre più in alto, sempre più innanzi». Tutti capiscono che egli si sta rivolgendo a quella che egli stesso chiamò «trincerocrazia».

San Sepolcro

Dopo la smobilitazione, sorgono ovunque associazioni di ex soldati. Una parte aderisce agli ideali del pacifismo. Altri, al contrario, continuano a coltivare lo spirito guerriero. I gruppi più attivi sono formati dagli Arditi, il nome delle truppe d’assalto costituite a partire dal 1917. «Voi siete diventati arditi per amore di novità, spirito novatore, spirito rivoluzionario, spirito futurista. Siete diventati arditi per amore della violenza, della guerra e del bel gesto»: così si rivolge loro il poeta futurista Marinetti, egli stesso eroe di guerra.

Dopo esser stato l’organo principale dell’interventismo e, durante il conflitto, quello dei combattenti, il quotidiano di Mussolini, Il Popolo d’Italia, diviene implicitamente quello degli Arditi e della generazione del fronte – il che non è peraltro in contraddizione con la sua linea «socialista rivoluzionaria». Molti ufficiali degli Arditi, prima della guerra, erano stati come lui degli interventisti di sinistra. Molto presto, però, Mussolini intuisce che le vecchie forze politiche sono in crisi: «La verità – scrive – è che accanto alla crisi borghese, c’è la crisi del socialismo. Si direbbe che si condizionano a vicenda». Pensa dunque che sia giunto il tempo di fondare un nuovo movimento: «Costituiremo l’antipartito». Rispondendo al suo appello, il 23 marzo 1919 si riunisce a Milano, in una sala di piazza San Sepolcro, l’assemblea costituente dei «Fasci italiani di combattimento». Il gruppo più numeroso è quello degli interventisti rivoluzionari del 1915: socialisti, repubblicani radicali e sindacalisti rivoluzionari.

Lo squadrismo secondo Venner

Gli squadristi sono reclutati tra gli Arditi, i veterani di Fiume, gli studenti universitari e i liceali. Adottano per uniforme la camicia nera dei contadini dell’Emilia, che ricorda anche il colore distintivo degli Arditi e dei legionari fiumani. Rinnovando il cameratismo di guerra, lo squadrismo vi aggiunge un’esaltazione festiva del pericolo. Come a Fiume, fu infatti qui, durante le spedizioni, che prese forma il carattere festivo e religioso del fascismo. La squadra non è solo una truppa d’assalto: è una comunità cementata dalla fede e dalla condivisione del pericolo. Per un nuovo membro, la prima spedizione ha il valore di un rito iniziatico: il neofita deve dimostrare se è degno o meno di indossare la camicia nera. La sua investitura è sancita da un giuramento, secondo un rituale stabilito a Fiume da D’Annunzio. La cerimonia del giuramento ha un carattere religioso e guerriero. Si svolge di notte, alla luce delle torce. È accompagnata dall’appello dei caduti, il momento culminante del cerimoniale: «In Piazza Cavour – ricorderà uno squadrista [Mario Piazzesi, ndt] –, dove abbiamo portato a spalla i nostri morti, fatto un quadrato di bare, abbiamo cantato “Giovinezza”, come ultimo saluto. Il canto si è levato nella grande piazza, duro, carico di dolore. Anche i volti si sono induriti, direi invecchiati ad un tratto, come se le nostre giovinezze ci avessero abbandonato per unirsi a quelle immortali dei compagni caduti». Il culto dei morti, il legame con i vivi, rimarrà sempre centrale nella liturgia fascista.

La missione e il ruolo degli squadristi non si esaurisce con la «marcia su Roma» nel mese di ottobre 1922. Costituenti il nucleo originario e fondante del fascismo, sono l’incarnazione del suo spirito e della sua mistica. Prefigurano l’uomo nuovo che il fascismo aveva la pretesa di forgiare. Nonostante la diffidenza di Mussolini, forniranno i quadri del futuro regime. Sono giovani, sono l’avvenire. Credono nel potere illimitato della volontà e delle spedizioni squadristiche: «Adunate, giuramenti, canzoni, riti di guerra – scrive Balbo nel suo diario – esaltazione della violenza come il mezzo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario; nessuna borghese ipocrisia e nessun sentimentalismo». Gli squadristi formano una comunione: «La santa eucaristia della guerra ci aveva plasmati nello stesso metallo di generose immolazioni» (Il Fascio, 2 aprile 1921). Sono i sacerdoti della nuova religione della patria, consacrata dal sangue degli eroi.

Venner e il giudizio degli storici

Intere generazioni di studiosi e ricercatori si sono ingegnate a penetrare nel mistero del fascismo attraverso interpretazioni più o meno acrobatiche e influenzate dai loro pregiudizi ideologici: strumento del grande capitale, reazione dei ceti medi e della «piccola borghesia», irrazionalismo filosofico, anti-marxismo, cesarismo, totalitarismo, bolscevismo di destra ecc. Tesi parziali, astruse o ingegnose, ma tutte che generalmente concludono che è impossibile definire il fascismo. Eppure il fascismo è esistito! Davvero pochi sono gli studiosi che hanno saputo vedere ciò che la storia mostra.

Il fascismo nacque dalla prima guerra mondiale e dalle nuove generazioni delle trincee che volevano esercitare il loro diritto al comando in tempi di pace come avevano fatto in guerra. Nacque anche dalla situazione di emergenza in cui versavano Italia e Germania, da una reazione alla minaccia bolscevica, ritorcendo contro i «rossi» i loro stessi metodi. Ma definendo il fascismo solo negativamente, come una semplice reazione, sfuggirebbe l’essenziale. Coniugando vitalità e volontarismo, il fascismo ha rappresentato un’esperienza autoritaria finalizzata a fornire soluzioni nuove alle sfide che il vecchio sistema liberale non sembrava più in grado di affrontare. Fu anche un tentativo di creare una meritocrazia liberata dal potere del denaro, con l’ambizione di rinnovare i legami comunitari che erano stati dissolti dalla rivoluzione industriale. Se concentriamo l’attenzione sull’ambiente da cui è sorto, ne emerge che il fascismo fu la riscossa inaspettata e temporanea di un tipo umano, presente in maniera preponderante in tutta Europa prima del XIX secolo, quella del guerriero (homme d’épée), che il trionfo della borghesia aveva relegato in una posizione subalterna, disprezzata e marginale. In altre parole, l’originalità essenziale del fascismo risiede nell’essere stato un movimento plebeo animato da un’etica militare e aristocratica. Questa caratteristica probabilmente non definisce il fascismo in tutta la sua complessità, ma di certo ne coglie l’essenza e i limiti.

Dopo il crollo del fascismo italiano nel 1943, sarebbe forte la tentazione di considerare unicamente il suo fallimento finale e pensare che la rivoluzione fascista sia stata solo un inganno, un’illusione. Per molto tempo gli storici hanno dibattuto tale questione, senza però mai risolverla. Eppure, sebbene non sia riuscito trasformare in profondità il popolo italiano, il fascismo era tuttavia nato da un tipo umano che aveva già fatto la propria rivoluzione interiore. A differenza di molti altri nel XX secolo, l’uomo nuovo sorto dalla guerra e dallo squadrismo non fu fagocitato né dall’usura del tempo né dalla pratica o dalle disillusioni del potere. Possiamo giudicare la sua tempra osservando la nascita della Rsi subito dopo la prova del luglio 1943. Ossia la peggiore che si possa immaginare.

Dominique Venner
(Traduzione di Valerio Benedetti)



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2 Commenti

  1. Dominique Venner, non solo eroe e combattente, padre della Destra Francese, ma anche storico e ricercatore, capace di lucidissime analisi e alterranto lucide conclusioni in cui egli innesta giustamente, l’impeto generato dalla natura profonda dell’animo umano. Una lezione di cui fare tesoro ora più di sempre, ora che procediamo verso l’annullamento del pensiero autonomo e libero, precipitando verso l’omologazione totale e di cui incredibilmente sembriamo esserne felici.
    Venner esalta lo spirito rivoluzionario, una parola quasi scomparsa dal lessico popolare e sicuramente cancellata da quello politico, spesso sostituita con “riformare” che invece ha il significato opposto. Riformare infatti significa riproporre e mantenere il presente sistema di potere adattandolo proprio per realizzare i presupposti per la sua continuità, riformare e riformismo corrispondono al lento ma costante e progressivo avvelenamento del pensiero di massa che infatti, bovinamente, lo assume come reale innovazione di un futuro che invece sarà la riproduzione spesso peggiorata del presente.
    Quindi grazie Venner per le tue parole e per quello che sei stato, un uomo rivoluzionario.

  2. Buonasera, scusate, ho scitto un commento all’articolo, è stato pubblicato ma dopo qualche minuto, tolto, non credo fosse incoerente o irrispettoso, è stato giudicato non pubblicabile, domanda.
    grazie.

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