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Roma, 23 gen – Ormai non c’è cosa che infastidisca più la sinistra delle elezioni. Tanto più se sono elezioni in cui i progressisti rischiano di prendere una brutta botta. Le regionali nel santuario rosso dell’Emilia Romagna lo testimoniano. La sinistra si avvicina infatti a questo appuntamento elettorale con un malcelato senso di insofferenza: “Ma perché c’è bisogno di queste scocciature, che se va bene ci fanno perdere tempo e se va male la poltrona? Non si poteva affidare la regione alla sinistra per diritto divino?”.

Myrta Merlino e quella strana domanda

Di prove ce ne sono diverse. Qualche giorno fa, per esempio, la conduttrice Myrta Merlino scriveva su Twitter: “La domanda che mi faccio e vi faccio: ma se in Emilia Romagna si vive bene, i dati lo dimostrano, perché si vuole cambiare?”. Probabilmente stava solo lanciando il dibattito in studio, a L’aria che tira, ma il tweet risulta comunque rivelatore. Ci si può immaginare, per esempio, un post simile in occasione di qualche elezione regionale in Lombardia? Eppure anche lì servizi e tenore di vita sono di prima fascia, il tutto in una regione governata da tempo immemore dalla destra. Nonostante questo, si tende comunque a considerare normale che si voti, che tali risultati siano rimessi in discussione, che la sinistra punti il dito contro le cose che non vanno (e ce ne sono: in Lombardia come in Emilia Romagna).

L’indignazione di Santori

Qualche giorno prima, come documentato puntualmente dal Primato, era stato il sempre umile Mattia Santori a indignarsi per questi rozzi rituali populisti chiamati “elezioni”, persino in una regione rossa (ma dove andremo a finire?): “E’ chiaro”, aveva detto a DiMartedì, “che la comunicazione è importante, però in una regione come l’Emilia Romagna è assurdo. In un Paese normale non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di fare campagna elettorale. Non c’era bisogno di togliere un governatore per due mesi dai suoi ruoli importanti per portarlo a fare comunicazione, investire sui social. Bastava presentare i fatti, adesso il paradosso è che i fatti non bastano più”. La visione della politica che emerge da frasi come questa è eloquente: i discorsi di una parte sono i “fatti”, quelli dell’altra sono “propaganda”. E si pretende addirittura che i fatti siano autoevidenti, che già solo il fatto di abbassarsi a spiegarli sia una perdita di tempo evitabilissima. Quale meccanismo istituzionale possa nascere da queste idee non è chiaro: al posto delle elezioni facciamo che il Pd ogni tanto chiede ai suoi elettori se è tutto ok?

L’umile Bottura

Qualche settimana fa, poi, il sempre umilissimo Luca Bottura, nella sua spassosissima rubrica satirica che il mondo ci invidia, aveva perculato Salvini per via di un comizio a Bologna in cui si diceva che i leghisti avessero chiamato militanti dalle altre regioni come rinforzo. Bottura citava «la Regione che [Salvini] intende liberare da abitudini orribili come sanità d’eccellenza, servizi di prim’ordine e tenore di vita a livello del Nord Europa» e poi dava delle dritte ai leghisti forestieri in arrivo a Bologna: «Quello sulle brioche è zucchero a velo: non cercate di sniffarlo. Quella cosa bianca con dei buffi numerini che vi consegnano all’atto di pagare si chiama scontrino, non stupitevi se sopra non c’è Padre Pio. Non cercate di mangiare bambini per sembrare del posto: ci servono per Bibbiano». Praticamente la superiorità antropologica della sinistra applicata a un’intera regione. E i populisti cattivi vorrebbero mettere in discussione tutto questo per il loro insano gusto di recarsi alle urne.

Adriano Scianca

3 Commenti

  1. Credo che per capire perché in Emilia Romagna c’è voglia di cambiare basti passare una giornata a Bologna, il capoluogo… e toccare con mano… e vedere in prima persona la gestione mondialista radical chic….

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